Empatia selettiva: perché il nostro cuore sceglie?

hands 1820675 1280

Perché il nostro cuore sceglie? Me lo chiedono spesso i miei pazienti.  Ci sono storie che si infilano sotto pelle, che commuovono nel giro di un istante, anche se non conosciamo i protagonisti, anche se vivono a migliaia di chilometri da noi. Altre, invece, ci lasciano indifferenti. Leggiamo un titolo, guardiamo una foto, ascoltiamo una testimonianza… e poi passiamo oltre. Senza commozione, senza sentimenti, senza neppure rendercene conto.

Eppure, a ben guardare, quelle storie sono simili. Il dolore è lo stesso. La perdita è simile. Cambia solo il modo in cui entra negli occhi e da lì scende giù, oppure no. Questo fenomeno ha un nome preciso: empatia selettiva. Ed è, secondo molti studiosi, uno dei più forti paradossi emotivi del nostro tempo. hand 5216581 1280

L’empatia viene spesso descritta come una bussola morale. La capacità di sentire il dolore dell’altro, di risuonare con la sua esperienza, di provare un senso di urgenza e partecipazione. Ma la bussola, per quanto sensibile, non punta sempre verso Nord. È soggetta a deviazioni, oscillazioni, distorsioni.

Molti credono che si tratti di un istinto puro e democratico. La realtà, però, è più sfumata. La nostra empatia è un processo neurobiologico raffinato ma imperfetto, e come tutti i processi cognitivi è esposto all’influenza dei bias, dei contesti, dei linguaggi e delle immagini. In altre parole: non proviamo la stessa compassione per tutti, e nemmeno nello stesso modo.

A livello cerebrale, provare empatia significa attivare una rete di aree specifiche: tra queste, l’insula anteriore, la corteccia cingolata e il sistema dei neuroni specchio. Queste regioni elaborano informazioni legate al dolore fisico e sociale, e permettono di “sentire” quello che un altro essere umano sta vivendo. Ma questa attivazione non è automatica per ogni volto o situazione.

Al contrario: si attiva in modo differenziato in base a quanto sentiamo vicina la persona che osserviamo. Non tanto geograficamente, quanto affettivamente, culturalmente, identitariamente. Se percepiamo qualcuno come appartenente al nostro stesso gruppo (di valori, stile di vita, lingua, origine), l’empatia si accende in modo più intenso. È il meccanismo dell’ingroup bias, ovvero la tendenza a sentirci più coinvolti dalle emozioni delle persone che percepiamo come “simili”.

Questo non implica necessariamente un atteggiamento discriminatorio o consapevole. È qualcosa di più sottile e profondo. Una preferenza implicita, spesso inconscia, che orienta la reattività emotiva e finisce per definire le priorità morali.

Un’altra distorsione fondamentale è quella legata alla rappresentazione. Ciò che tocca la nostra empatia non è la quantità di dolore, ma la qualità con cui viene mostrato. Un volto in lacrime può colpire più di una catastrofe descritta a parole. Un gesto semplice può commuovere più di una lista di cifre. Gli psicologi chiamano questo fenomeno “effetto della vittima identificabile”: ci sentiamo più coinvolti da un singolo volto, da una storia ben raccontata, che da una tragedia collettiva anonima. È un limite profondo della mente: le emozioni si ancorano ai dettagli, non ai numeri. Così accade che un evento commuova milioni di persone mentre una sofferenza più ampia, ma più astratta, non smuova nulla.

Anche l’esposizione ripetuta alla sofferenza può provocare un effetto controintuitivo: l’assuefazione. Quando vediamo troppe immagini di dolore, finiamo per distaccarci. È una strategia del cervello per proteggersi, ma rischia di trasformarsi in disattenzione, o addirittura in indifferenza strutturale. In questi casi l’empatia si chiude, non per cattiveria, ma per difesa.

E’ possibile superare questi limiti? Possiamo educare l’ empatia a diventare più equa, più ampia, più consapevole?

La risposta è: sì, ma non senza sforzo. L’empatia non è una dote statica. È un processo dinamico, plastico e, come tale, può essere allenato. Alcune ricerche mostrano come l’esposizione a storie diverse dalle nostre (la lettura di romanzi, il dialogo con persone che non condividono il nostro background) attivino processi di ristrutturazione emotiva e cognitiva. È come allungare un muscolo che usiamo poco: all’inizio è faticoso, poi diventa naturale.

positive discipline 8305980 1280

Anche la consapevolezza dei propri automatismi è un passaggio cruciale. Sapere che la mente tende a rispondere più velocemente a certi stimoli che ad altri, permette di non prendere per verità assoluta ciò che “sentiamo di pancia”. L’empatia, per essere giusta, deve passare anche dalla testa. Non solo come ragionamento morale, ma come lucidità sulle proprie reazioni emotive.

In un mondo dove le informazioni viaggiano a velocità vertiginosa e la sofferenza arriva da ogni angolo del pianeta, non possiamo permetterci un’empatia cieca e automatica. Abbiamo bisogno di un’empatia consapevolmente selettiva. Che scelga di includere, non solo di riconoscere ciò che è vicino. Non saremo mai capaci di sentire tutto, per tutti. È umano. Ma possiamo smettere di illuderci che ciò che sentiamo spontaneamente sia tutto ciò che conta. Il passo successivo è questo: chiederci perché proviamo quello che    proviamo. E soprattutto perché non lo proviamo.

È lì, in quello spazio emotivo non ancora abitato, che può nascere un altro modo di sentire. Più giusto, più ampio, più umano.

Autore
Data
Condividi
Articoli correlati all’argomento