Fabio Basile a New York: la resilienza diventa metodo

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All’ottavo piano del 417 Fifth Avenue, nel cuore di Manhattan, Fabio Basile parla di judo. Ma solo in parte. L’Italia che insegna.

Il campione olimpico italiano, oro a Rio de Janeiro nel 2016, è arrivato al Transatlantic Innovation Hub per raccontare qualcosa che va oltre il tatami: il modo in cui ciò che si impara nello sport — cadere, rialzarsi, mantenere l’equilibrio, rispettare l’avversario — possa diventare uno strumento utile anche nella vita professionale.

Accanto a lui c’è Francesco Rulli, imprenditore italiano da anni attivo a New York e fondatore di Querlo, società specializzata nello sviluppo di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Insieme hanno dato vita al Basile Method, un progetto che prova a mettere in relazione due mondi apparentemente lontani: quello degli atleti olimpici e quello delle aziende.

A moderare l’incontro Ornella Fado, fondatrice di OK Productions, creatrice e conduttrice di Brindiamo!, programma televisivo in onda su NYC-TV dal 2005. Ad accogliere gli ospiti, invece, Simone Tarantino, presidente del Transatlantic Innovation Hub.

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Basile, nato a Rivoli nel 1994, non ha bisogno di molte presentazioni. L’oro conquistato nella categoria dei 66 chilogrammi alle Olimpiadi di Rio è entrato nella storia anche per essere stato la duecentesima medaglia d’oro olimpica italiana. Sono poi arrivati altri risultati internazionali, dal bronzo europeo di Kazan all’oro al Grand Slam di Antalya.

Ma è forse ciò che è accaduto lontano dal podio a spiegare meglio il senso dell’incontro di New York.

Due anni fa un grave infortunio al collo lo ha costretto a sottoporsi a un intervento chirurgico con l’inserimento di due vertebre in titanio. I medici gli avevano prospettato la fine della carriera. Lui è tornato a combattere.

Lo scorso maggio ha conquistato l’argento al Grand Slam di Astana, in Kazakistan. E Los Angeles 2028 rimane ancora davanti a lui come un obiettivo possibile.

Quando parla di resilienza, dunque, Basile non la tratta come una parola da usare in un corso motivazionale. La racconta attraverso qualcosa che conosce bene: il momento in cui il corpo o una sconfitta sembrano dire che bisogna fermarsi e la scelta, invece, di ricominciare.

Nel judo, ha spiegato, non basta saper vincere. Occorre imparare a perdere senza smarrirsi, a restare lucidi quando le cose vanno bene e quando vanno male. E soprattutto a rispettare chi si ha davanti.

È proprio da questi principi che nasce il tentativo di trasferire la mentalità dello sport olimpico nel mondo del lavoro. Non come semplice metafora, ma come metodo applicabile alla formazione, alla leadership e alla gestione delle difficoltà.

La tecnologia entra nel progetto attraverso Querlo.

Rulli e Basile hanno infatti realizzato anche un digital twin del campione, un assistente virtuale costruito sulla sua esperienza personale e sportiva, capace di dialogare con utenti di lingue diverse.

Alla base ci sono il libro autobiografico di Basile, “L’impossibile non esiste”, le sue interviste e molti dei materiali raccolti nel corso degli anni.

Rulli ha raccontato che l’idea è nata anche da una conoscenza personale tra i due e da un terreno comune: quello delle arti marziali. Lavorando sul progetto, ha scoperto quanto il patrimonio di esperienze, racconti e riflessioni accumulato da Basile fosse ricco e strutturato. Una base che si è prestata naturalmente alla creazione della sua versione digitale.

L’incontro di New York ha aperto anche un’altra prospettiva.

Il judo, infatti, ha una presenza molto forte in aree del mondo che in Europa vengono raccontate ancora poco, in particolare in Asia centrale. In Paesi come Kazakistan, Uzbekistan e Azerbaigian è una disciplina profondamente radicata e rappresenta anche uno spazio di relazione culturale.

Da qui è nata l’idea di utilizzare lo sport come punto di contatto tra l’Italia e queste regioni, coinvolgendo anche alcune università dell’Asia centrale e costruendo possibili collaborazioni che vadano oltre l’ambito sportivo.

Alla fine, il filo che tiene insieme tutto è piuttosto semplice.

Basile continua a guardare a Los Angeles 2028 e a un altro possibile capitolo della sua carriera agonistica. Ma ciò che lui e Rulli stanno provando a costruire nasce proprio da quello che lo sport lascia quando la gara finisce: disciplina, capacità di adattarsi, rispetto e disponibilità a ricominciare.

Valori che sul tatami servono per restare in piedi. E che, fuori dal tatami, possono servire forse ancora di più.

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