Fini Dance Festival, New York celebra il talento che attraversa i confini
Una serata in cui la danza ha parlato molte lingue, attraversando generazioni, stili e culture. È questo il segno lasciato dalla 16ª edizione del Fini Dance Festival, culminata all’Ailey Citigroup Theater di New York con la consegna dei Fini International Dance Awards.
Ideato e diretto da Antonio Fini, il festival ha confermato ancora una volta la propria vocazione internazionale: creare connessioni, offrire occasioni concrete ai giovani danzatori e costruire un ponte artistico tra Italia e Stati Uniti. Sul palco si sono alternati interpreti emergenti, artisti affermati e protagonisti autorevoli della scena coreutica internazionale, in un programma capace di spaziare dal balletto classico alla danza contemporanea, dal modern ai linguaggi urban.
Una International Summer School intensiva nel cuore di
Ma la International Summer School a New York è stato anche Make Up Intensive. Un percorso specifico dedicato ai make up artist che vogliano fare esperienza professionale per la danza, il cinema e il teatro, sotto la guida della key artist Angie Valentino.
Accanto al percorso dedicato alla danza, il festival ha ospitato, infatti, anche un programma di formazione professionale nel makeup, che ha coinvolto 13 giovani makeup artist sotto la guida di Angie Valentino. Le partecipanti hanno lavorato durante il festival a stretto contatto con danzatori, coreografi e produzioni, sperimentando concretamente il rapporto tra trucco scenico, movimento e spettacolo.
Al termine del percorso, Angie Valentino ha annunciato Giada Bellisario come vincitrice del corso makeup, riconoscendone il lavoro e il talento dimostrati durante l’esperienza newyorkese.
A condurre la serata sono stati lo stesso Fini e la conduttrice e produttrice televisiva Ornella Fado, accompagnando il pubblico in un percorso che ha restituito il senso più profondo del progetto Fini Dance: non soltanto esibizione, ma crescita, confronto e possibilità.
Ad aprire il gala è stata una Tarantella contemporanea interpretata dai danzatori del Fini Dance Summer Intensive, un incontro tra energia italiana e ricerca contemporanea che ha unito il linguaggio urban di Mirko Giordano alla coreografia di Gianni Santucci, artista dalla lunga esperienza tra balletto, opera, cinema e televisione. Ospite speciale Jillian Pizzi dello Staten Island Ballet, protagonista insieme ai giovani interpreti di un dialogo fra tradizione e nuovi codici espressivi.
Tra i momenti più suggestivi della serata, Clutch, interpretato da Andrea De Giosa e Maddalena Sbaragli, due giovani danzatori sostenuti da Marco Baleno, realtà impegnata da anni nel favorire le esperienze formative negli Stati Uniti di giovani artisti italiani. Vestiti di bianco, i due interpreti hanno dato forma a un duetto sospeso tra tensione e armonia, conflitto e ricongiungimento.
La danza si è fatta poi strumento di riflessione sociale. Con Tilted Glass, coreografato da Isaak Iska, il movimento contemporaneo ha offerto una lettura sensibile del tema dell’autismo, portando sulla scena una realtà ancora troppo raramente rappresentata attraverso il linguaggio coreutico. Un lavoro capace di mostrare come l’arte possa aprire spazi di comprensione, rendendo visibili differenti modi di percepire e abitare il mondo.
Altrettanto intenso What No One Sees di Mirko Giordano, dedicato al tema della violenza domestica. Un infortunio ha impedito al coreografo di esibirsi dal vivo come inizialmente previsto, ma il progetto è comunque arrivato sul palco attraverso un video artistico realizzato da Christian Gargarelli, con il makeup di Angie Valentino, interpretato da Serena Valentino e dallo stesso Giordano.
Al termine della proiezione, Ornella Fado gli ha consegnato un tradizionale cornetto portafortuna napoletano, trasformando un imprevisto in un momento di affetto e complicità con il pubblico.
Grande impatto visivo anche per Shadow Water di Dzul Dance, sotto la direzione artistica di Javier Dzul. Corpi scultorei, movimento contemporaneo e tessuti a rete hanno costruito un gioco di luci e ombre capace di amplificare la forza fisica e teatrale della coreografia.
L’ironia è invece entrata in scena con Ballet Eloelle / Grandiva, compagnia nota per la capacità di unire la precisione del balletto classico alla comicità. Uomini sulle punte, personaggi volutamente esasperati e tempi teatrali hanno confermato una formula che, dietro l’apparente leggerezza, conserva una rigorosa preparazione tecnica.
La Fini Dance Junior Company ha quindi interpretato Black Madrigal Suite, coreografata da Michael Mao( foto in home) accompagnando il pubblico verso il momento conclusivo del gala: la consegna dei Fini International Dance Awards.
Fini International Dance Awards
Il primo Rising Star Award è stato assegnato a Giuliano Ruocco, protagonista anche di un estratto da La Sylphide insieme ad Ayne Kim.
Nel suo discorso di ringraziamento, il giovane danzatore italiano ha ricordato i maestri che lo hanno accompagnato nella crescita artistica e ha ringraziato gli Stati Uniti per avergli offerto la possibilità di inseguire il proprio sogno. Con ironia, ha concluso dicendo di non vedere l’ora di iniziare la propria vita professionale e di “pagare le tasse in America”, strappando un sorriso al pubblico.
Il Best Dancer Award è andato invece a Itzkan Dzul Barbosa, danzatrice del BalletX, che ha interpretato il solo Abandoned. Con un intenso abito rosso e i capelli sciolti, Dzul Barbosa ha mostrato non soltanto solidità tecnica, ma una forte presenza drammatica ed espressiva. A consegnarle il premio è stata Julia Dubno, direttrice della Ballet Academy East di New York.
Uno dei momenti più emozionanti della serata ha visto protagonista Leslie Andrea Williams, Principal Dancer della Martha Graham Dance Company, che ha interpretato Spectrum 1914 e ricevuto l’Extraordinary Dancer Award.
A consegnare il riconoscimento è stata Terese Capucilli, figura iconica del mondo Graham, profondamente legata alla storia di questo lavoro e alla sua ricostruzione negli anni Novanta. Nel suo intervento ha richiamato il valore delle opportunità offerte ai giovani artisti: a volte un’occasione ricevuta nel momento giusto può cambiare un percorso intero.
Il gala si è infine concluso con il Lifetime Achievement Award a Michael Mao, riconoscimento a una carriera dedicata alla coreografia, alla performance e alla formazione di generazioni di danzatori.
Prima della premiazione, quattro interpreti di Graham 2 hanno danzato Weaving, una coreografia atletica e ritmica in cui i corpi si incontrano, si incrociano e si separano secondo geometrie dinamiche e quasi rituali.
Per Antonio Fini si è trattato di un momento particolarmente personale. Proprio Weaving è infatti una delle coreografie da lui danzate agli inizi della carriera. Un legame che Fini ha ricordato con una frase capace di sintetizzare il rapporto profondo tra corpo, memoria e palcoscenico: «Quando danzavo Weaving, mi faceva sentire come un dio».
Ed è forse proprio in questa trasmissione di esperienze che si racchiude il senso più autentico della 16ª edizione del Fini Dance Festival: artisti affermati che incontrano nuove generazioni, giovani danzatori ai quali viene offerto uno spazio per misurarsi con se stessi e una danza che diventa linguaggio comune tra Italia e New York.
Dagli studenti arrivati per la prima volta negli Stati Uniti agli interpreti già riconosciuti a livello internazionale, fino alle grandi personalità che hanno condiviso lo stesso palcoscenico, il festival ha riaffermato la missione che guida Fini Dance fin dalla sua nascita: creare opportunità, costruire ponti e permettere al talento di andare oltre ogni confine.
Quando la danza diventa un grido d’aiuto
Tra i progetti presentati anche una coreografia speciale dedicata alle donne vittime di violenza, nata dalla volontà di trasformare il dolore in movimento e il silenzio in una voce collettiva. Il progetto, voluto dal Comites NY e realizzato grazie alla Fini Academy, ha affidato al corpo ciò che spesso le parole non riescono a raccontare.
Paura, isolamento, rabbia, ma anche reazione, consapevolezza e rinascita prendono forma attraverso i gesti dei danzatori. Le cadute diventano ferite, i movimenti trattenuti evocano l’oppressione, mentre l’apertura finale del corpo suggerisce la possibilità di liberarsi e ricominciare.
Un messaggio forte, che supera il palcoscenico e si rivolge direttamente alle donne: la violenza non deve essere nascosta, chiedere aiuto è un atto di forza e il dolore può trasformarsi in testimonianza, resistenza e possibilità di futuro.
In una serata dedicata al talento, il Fini Dance Festival ha così ricordato anche un’altra responsabilità dell’arte: non soltanto emozionare, ma dare voce, creare consapevolezza e aprire spazi in cui ciò che spesso resta invisibile possa finalmente essere visto.
Photo credit: Antonella Cordaro e Fini International Dance Award




