Il cuore che non sapevamo di avere: il Soleo

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Il cuore che non sapevamo di avere: il soleo, il muscolo nascosto che lavora contro la gravità e racconta quanto il movimento appartenga alla nostra salute fisica e psichica.

In una sala silenziosa di un museo, un uomo osserva un dipinto. È immobile, almeno così sembra. Le braccia rilassate lungo il corpo, il volto rivolto verso la tela, il peso distribuito sulle gambe. Intorno a lui accade pochissimo: nessun gesto evidente, nessuno sforzo, nessun movimento capace di attirare l’attenzione.

Eppure, dentro di lui, nulla è davvero fermo.

Il cuore continua a contrarsi. Il diaframma accompagna ogni respiro. I vasi sanguigni modificano impercettibilmente il proprio calibro. Il sistema nervoso riceve, seleziona e integra una quantità incessante di informazioni provenienti dall’interno dell’organismo.

E più in basso, nel profondo del polpaccio, nascosto sotto il gastrocnemio, un muscolo lavora senza essere visto per consentire a quell’uomo qualcosa che consideriamo talmente naturale da non pensarci nemmeno: rimanere in piedi.

Quel muscolo si chiama SOLEO. 

Qualcuno lo ha definito il “secondo cuore”.  È un’espressione suggestiva e, purché non venga presa alla lettera, contiene una parte di verità. Il soleo, naturalmente, non è un cuore.

Più precisamente è l’intera pompa muscolare del polpaccio, insieme alle valvole venose e agli altri muscoli della gamba, a contribuire al ritorno del sangue dagli arti inferiori verso il torace.

Il soleo occupa però una posizione particolare in questo sistema.

È profondo, resistente, ricco di fibre ossidative. Sembra progettato più per durare che per impressionare. Entra in gioco quando stiamo in piedi, quando camminiamo, quando spostiamo il peso da una gamba all’altra, quando la caviglia compie i suoi movimenti più ordinari. Sostiene la postura e partecipa a quella silenziosa battaglia che il nostro organismo conduce ogni giorno, senza chiedere la nostra attenzione: quella contro la gravità.

Forse è proprio il suo essere nascosto a renderlo così interessante.

Perché il soleo somiglia, in fondo, a molte delle funzioni essenziali della nostra vita biologica e psicologica: ci sostengono continuamente, molto prima che impariamo a riconoscerle.

Quando siamo in posizione eretta, la gravità tende a favorire l’accumulo di sangue nelle parti inferiori del corpo. Le valvole delle vene contribuiscono a impedirne il reflusso e la contrazione dei muscoli delle gambe aiuta a riportarlo verso l’alto. Camminare, quindi, non significa soltanto spostarsi da un luogo a un altro.

Ogni passo è anche un piccolo evento circolatorio.

Una contrazione muscolare modifica pressioni, flussi, consumo energetico. Dietro quella che ci appare come la banalità del cammino esiste una coreografia fisiologica estremamente sofisticata, nella quale muscoli, sistema cardiovascolare e sistema nervoso dialogano continuamente.

Ed è qui che emerge uno dei paradossi della nostra epoca.

Proprio mentre comprendiamo sempre meglio quanto il movimento sia inscritto nella fisiologia umana, abbiamo organizzato gran parte della vita contemporanea intorno alla sua progressiva scomparsa.

Seduti per lavorare. Seduti in automobile. Seduti durante una riunione. Seduti davanti a uno schermo. Seduti mentre studiamo, parliamo, ci informiamo, acquistiamo, ci divertiamo.

Poi, magari, un’ora di palestra.

Abbiamo finito per trasformare il movimento in un’attività separata dalla vita: qualcosa che ha un inizio e una fine, da inserire nell’agenda accanto a una riunione, una visita medica o un appuntamento di lavoro.

Ma il corpo umano non è nato dentro questa logica.

La sua grammatica originaria è fatta di variazioni: stare, alzarsi, chinarsi, camminare, trasportare, cambiare posizione, fermarsi, riposare e poi ricominciare.

La questione, però, non riguarda soltanto il metabolismo.

Riguarda qualcosa di ancora più intimo: il modo in cui abbiamo imparato ad abitare il nostro corpo.

Nella pratica clinica si incontra spesso una condizione sorprendentemente comune: molte persone diventano consapevoli del proprio corpo quasi esclusivamente quando il corpo inizia a protestare.

Lo sentiamo quando fa male.

Quando il collo si irrigidisce. Quando la mandibola rimane serrata per ore senza che ce ne accorgiamo. Quando il respiro sembra fermarsi troppo in alto. Quando il cuore accelera. Quando lo stomaco si chiude. Quando compare una stanchezza difficile da spiegare o, alla sera, realizziamo di essere rimasti nella stessa posizione per gran parte della giornata.

Eppure il corpo non ha cominciato a parlarci in quel momento.

Ci parlava già da ore.

Semplicemente, non lo stavamo ascoltando.

Una parte importante delle neuroscienze contemporanee studia proprio questo incessante dialogo tra cervello e organismo attraverso il concetto di interocezione, il processo mediante il quale il sistema nervoso rileva, integra e interpreta i segnali provenienti dall’interno del corpo.

Battito cardiaco, respiro, tensione viscerale, temperatura, stato energetico e numerose altre informazioni partecipano continuamente alla costruzione della nostra esperienza interna.

L’interocezione è strettamente collegata anche ai processi affettivi e alla regolazione delle emozioni.

E questo modifica profondamente il modo in cui possiamo pensare ciò che proviamo.

Le emozioni non accadono semplicemente “dentro la testa”.

Abbiamo paura in un corpo. Aspettiamo qualcuno in un corpo.

Amiamo, desideriamo, soffriamo e ricordiamo attraverso un organismo che modifica continuamente il respiro, il battito cardiaco, il tono muscolare, la postura, la temperatura periferica e perfino il modo in cui orientiamo l’attenzione.

La mente, quindi, non è un’inquilina del corpo.

Ne è una delle espressioni. Anche per questo l’immobilità prolungata non può essere considerata semplicemente un’assenza di attività.

Dal punto di vista metabolico, trascorrere molte ore consecutive seduti rappresenta infatti una condizione diversa dal semplice “non fare sport”. Possiamo allenarci regolarmente e, allo stesso tempo, trascorrere gran parte del resto della giornata quasi completamente immobili.

Negli ultimi anni diversi studi hanno osservato che interrompere periodicamente lunghi intervalli trascorsi seduti con brevi momenti di movimento può produrre effetti favorevoli, almeno nel breve termine, sulla risposta glicemica e insulinica dopo i pasti. Le revisioni degli studi sperimentali hanno mostrato risultati particolarmente interessanti quando l’interruzione della sedentarietà avviene attraverso brevi intervalli di cammino.

Non significa dover trasformare ogni mezz’ora della nostra giornata in una nuova prescrizione.

Anzi. Il punto interessante è esattamente l’opposto: smettere di pensare alla salute soltanto attraverso prescrizioni.

Il nostro organismo sembra rispondere non soltanto alla quantità complessiva di esercizio che svolgiamo, ma anche al modo in cui movimento e immobilità vengono distribuiti durante la giornata.

È una differenza apparentemente piccola, ma cambia la prospettiva.

Perché restituisce importanza a tutti quei gesti che normalmente non consideriamo nemmeno attività fisica.

Alzarsi dalla sedia.

Fare pochi passi.

Andare in un’altra stanza.

Salire una scala.

Camminare mentre parliamo al telefono.

Muovere le gambe dopo essere rimasti seduti a lungo.

Gesti senza eroismo e senza record da raggiungere. Ed è forse proprio per questo che abbiamo smesso di attribuire loro valore.

In questo rinnovato interesse scientifico per ciò che accade al muscolo durante l’inattività, nel 2022 il soleo è improvvisamente uscito dall’anonimato.

Un gruppo dell’University of Houston guidato da Marc Hamilton ha studiato una particolare modalità di attivazione del soleo in posizione seduta, denominata soleus push-up.

Non si trattava semplicemente di sollevare distrattamente il tallone sotto una scrivania. Il protocollo prevedeva una specifica flessione plantare, studiata per reclutare prevalentemente il soleo e controllata in laboratorio anche attraverso l’attività elettromiografica.

I risultati suscitarono grande interesse.

Nelle condizioni sperimentali osservate il muscolo riusciva a mantenere un’attività ossidativa elevata per periodi prolungati utilizzando quantità relativamente contenute di glicogeno muscolare. L’attivazione del soleo era inoltre associata a modificazioni della risposta metabolica dopo il pasto, comprese riduzioni dell’escursione glicemica e dell’iperinsulinemia.

Sono dati affascinanti, ma è importante non chiedere alla ricerca più di quanto possa realmente dirci.

Lo studio riguardava un numero limitato di partecipanti e una procedura precisa, eseguita in condizioni sperimentali controllate. Non dimostra che qualche sollevamento del tallone sotto la scrivania possa sostituire una passeggiata, l’esercizio fisico regolare, un’alimentazione equilibrata o, quando necessario, un trattamento medico.

Il suo significato più interessante è un altro.

Ci mostra quanto un muscolo possa essere metabolicamente attivo anche quando, osservato dall’esterno, il movimento sembra quasi insignificante.

Per molto tempo abbiamo pensato al tessuto muscolare soprattutto come a un motore meccanico: qualcosa che si contrae per muovere lo scheletro.

Oggi sappiamo che questa immagine è incompleta.

Il muscolo scheletrico è anche un tessuto metabolicamente ed endocrinologicamente attivo. Quando si contrae partecipa a una complessa comunicazione con altri tessuti attraverso numerosi mediatori, fra i quali le cosiddette miochine.

È uno dei luoghi nei quali fisiologia, metabolismo e immunologia smettono di apparire come discipline separate e rivelano invece la loro profonda interdipendenza.

La ricerca sulle miochine sta mostrando come l’attività muscolare partecipi alla regolazione di numerosi processi attraverso segnali capaci di raggiungere tessuti differenti. Naturalmente le risposte variano in funzione del tipo, dell’intensità e della durata dell’esercizio e la loro biologia è molto più complessa degli slogan con cui talvolta viene raccontata.

Dire semplicemente che “muoversi spegne l’infiammazione”, per esempio, sarebbe una semplificazione.

Ma il principio generale rimane importante: il muscolo non è soltanto un tessuto che riceve ordini. È anche un organo che comunica.

Questo cambia il modo di pensare il movimento.

Una contrazione muscolare non è soltanto un gesto nello spazio. È un evento biologico.

Il sistema nervoso modifica il muscolo. Il muscolo influenza il metabolismo. Il metabolismo dialoga con i sistemi ormonale e immunitario. L’apparato cardiovascolare risponde all’attività e il cervello continua, nel frattempo, a ricevere informazioni su ciò che accade nel resto dell’organismo.

La divisione in compartimenti ci aiuta a studiare il corpo.

Ma il corpo, di quei compartimenti, non sa nulla. Funziona come una rete.

Ed è proprio qui che la storia del soleo incontra inevitabilmente la psicologia.

Anche lo stress, infatti, non è semplicemente un pensiero negativo.

È una risposta dell’intero organismo.

Quando percepiamo una minaccia, attraversiamo un conflitto, aspettiamo qualcosa che ci preoccupa o affrontiamo un’incertezza, il cervello mobilita sistemi antichi e profondamente radicati nella nostra biologia. Cambiano il tono autonomico, l’attenzione, il respiro. Si modificano la frequenza cardiaca e la tensione muscolare. Vengono mobilitate risorse energetiche.

È fisiologia. Il problema non è che questa risposta esista. Ne abbiamo bisogno.

La difficoltà nasce quando un sistema nato per accendersi e poi rientrare diventa lo sfondo quasi permanente della nostra quotidianità.

Da questo punto di vista, la vita contemporanea contiene una contraddizione singolare.

Possiamo trascorrere ore quasi completamente immobili mentre il nostro cervello affronta una quantità enorme di stimoli.

Una notifica.

Una scadenza.

Una discussione.

Un messaggio che aspettavamo e che non arriva.

Una perdita.

Una fotografia.

Una notizia capace di inquietarci.

Un pensiero che torna.

Fuori siamo seduti davanti a uno schermo.

Dentro, però, può essere in corso tutt’altro che immobilità.

Forse una delle grandi dissonanze della vita moderna è proprio questa: un organismo continuamente preparato a rispondere dentro un corpo al quale chiediamo di non muoversi.

Ciò non significa, naturalmente, che alzarsi dalla sedia possa “curare lo stress”. Sarebbe una conclusione semplicistica e scientificamente insostenibile.

Significa qualcosa di più interessante: riconoscere che la regolazione psicologica non avviene in un territorio separato dalla fisiologia.

Il movimento può interagire con circuiti coinvolti nella regolazione emotiva e l’interocezione partecipa al modo in cui riconosciamo, interpretiamo e attribuiamo significato ai nostri stati affettivi.

Il corpo non risolve al posto nostro i conflitti della vita.

Ma è sempre presente nel modo in cui li attraversiamo.

Ed esiste un’altra distinzione, tanto semplice quanto spesso dimenticata.

Riposo e immobilità non sono la stessa cosa.

Riposo significa poter diminuire la richiesta adattativa. Recuperare. Allentare la vigilanza. Sentirsi sufficientemente al sicuro da non dover reagire continuamente a qualcosa.

Possiamo essere immobili per ore e non essere affatto a riposo.

Possiamo rimanere seduti davanti a un computer mentre la mente gestisce richieste continue, l’attenzione salta da uno stimolo all’altro, la muscolatura mantiene una tensione di fondo e una parte di noi è già proiettata verso tutto ciò che dovrà affrontare dopo.

E possiamo, al contrario, camminare lentamente e sentirci profondamente riposati.

Chi ha percorso senza fretta una strada sconosciuta, camminato lungo il mare o seguito un sentiero senza una destinazione urgente conosce intuitivamente questa differenza.

Il movimento non è sempre fatica.

A volte è restituzione.

Restituisce ritmo al respiro.

Restituisce variazione alla postura.

Restituisce profondità allo sguardo.

Restituisce attenzione a ciò che abbiamo intorno.

E, soprattutto, può restituirci per qualche momento a noi stessi, riportandoci dentro quel corpo dal quale la fretta quotidiana ci allontana così facilmente.

Davanti a ogni nuova scoperta scientifica, tuttavia, abbiamo una tentazione quasi irresistibile: trasformarla immediatamente in una regola.

Diecimila passi.

Otto ore di sonno.

Un certo numero di minuti di attività fisica.

Una quantità prestabilita di acqua.

Potremmo adesso aggiungere anche un numero ideale di contrazioni del soleo.

Sarebbe probabilmente il modo peggiore di comprendere ciò che questa storia può insegnarci.

La salute contemporanea rischia già di diventare una seconda professione, fatta di parametri da controllare, numeri da raggiungere, applicazioni da consultare e obiettivi da spuntare.

Persino il benessere può trasformarsi in una fonte di ansia quando ogni comportamento deve essere misurato e ogni giornata valutata in base alla sua prestazione.

Il messaggio che arriva dalla fisiologia del movimento è forse molto più semplice. E persino più gentile.

Non ci chiede necessariamente di fare sempre di più.

Ci ricorda, piuttosto, di rimanere un po’ meno a lungo completamente immobili.

È diverso. Significa recuperare una relazione più naturale con il corpo. Alzarsi ogni tanto.

Fare qualche passo mentre pensiamo.

Cambiare posizione quando iniziamo a sentirne il bisogno. Camminare dopo aver mangiato.

Scegliere una scala quando è possibile.

Accorgersi della stanchezza prima che diventi dolore.

Sentire che il respiro si è fatto corto prima di arrivare a sera completamente svuotati.

Lasciare, soprattutto, che il movimento torni a essere una parte della vita e non soltanto una prestazione da compiere.

Non tutto ciò che protegge la salute deve essere eroico.

Ed è forse questa la parte più affascinante della storia del soleo.

Un muscolo quasi sconosciuto ci obbliga a guardare l’organismo da una prospettiva diversa.

Siamo abituati a pensare alla salute attraverso grandi organi e grandi avvenimenti: il cuore, il cervello, i polmoni; una diagnosi, un intervento, una terapia, un allenamento.

Eppure buona parte della nostra biologia si costruisce attraverso la ripetizione di eventi minuscoli.

Un battito dopo l’altro.

Un respiro dopo l’altro.

Una contrazione dopo l’altra.

Un pasto dopo l’altro.

Una notte dopo l’altra.

Il corpo non aspetta i grandi avvenimenti per adattarsi.

Lo fa continuamente.

E, se allarghiamo lo sguardo, forse qualcosa di simile accade anche nella nostra vita psicologica.

La storia emotiva di una persona non è composta soltanto dai traumi, dagli amori, dalle perdite o dalle grandi svolte che sappiamo raccontare.

È fatta anche di migliaia di esperienze apparentemente insignificanti attraverso le quali il sistema nervoso, giorno dopo giorno, apprende che cosa aspettarsi dal mondo.

Tensione o quiete.

Vicinanza o distanza.

Pericolo o protezione.

Presenza o assenza.

Movimento o immobilità.

È nella ripetizione che l’organismo impara.

Ed è spesso attraverso nuove ripetizioni che può lentamente imparare qualcosa di diverso.

Torniamo allora nella sala del museo.

L’uomo è ancora davanti al dipinto.

Forse quella tela ha risvegliato qualcosa che nessuno degli altri visitatori potrebbe vedere.

Un volto.

Una casa.

Un’estate lontana.

Una persona che non c’è più.

Per un istante il respiro cambia. Il cuore modifica impercettibilmente il proprio ritmo. Il cervello intreccia l’immagine che ha davanti con quelle custodite nella memoria.

Una variazione fisiologica diventa esperienza.

L’esperienza incontra il ricordo.

E il ricordo diventa emozione.

Poi l’uomo sposta leggermente il peso sulla gamba sinistra. Fa mezzo passo in avanti, forse soltanto per osservare meglio un particolare della tela.

È un movimento minimo. Quasi invisibile.

Eppure, sotto la pelle, molto è già cambiato.

I muscoli si sono contratti. Il sistema posturale ha corretto l’equilibrio. Il polpaccio ha partecipato al ritorno venoso. Il soleo ha ripreso il proprio lavoro contro la gravità.

Nessuno nella stanza se ne accorge.Probabilmente nemmeno lui.

Forse è proprio questa l’immagine che vale la pena conservare.

Perché racconta molto più di un piccolo muscolo nascosto nella gamba.

Ci ricorda che il corpo continua a sostenerci anche mentre siamo distratti da altro. Che una parte della nostra esperienza nasce dall’incessante dialogo tra cervello e organismo. Che movimento, metabolismo, emozione e adattamento appartengono alla stessa biologia, anche quando siamo costretti a separarli per poterli studiare.

E forse ci suggerisce anche qualcosa di ancora più semplice: imparare a incontrare il nostro corpo un po’ prima che sia il dolore a obbligarci ad ascoltarlo.

L’uomo continua a guardare il quadro.Davanti a lui l’immagine è immobile.

 Dentro di lui, nulla lo è davvero.

Il cuore batte nel torace.
Il respiro va e viene.
Il cervello trasforma sensazioni, memoria ed emozioni in esperienza.

E molto più in basso, nascosto nel polpaccio, un piccolo muscolo continua silenziosamente il proprio lavoro contro la gravità.

Non è davvero un secondo cuore.

Ma forse sa ricordarci qualcosa che, nel rumore delle nostre giornate, abbiamo dimenticato:siamo vivi anche nei gesti che non vediamo.

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