La mente contesa: Libertà cognitiva nell’epoca della persuasione permanente
In un laboratorio di restauro, sotto una luce radente, una donna è china sul volto di un dipinto antico. Intorno, il silenzio. Davanti a lei non ci sono soltanto colori e materia, ma strati di tempo: vernici ossidate, polvere, vecchi ritocchi, alterazioni quasi invisibili sedimentate negli anni.
Con un tampone procede lentamente, pochi millimetri alla volta. Sa che il suo compito non consiste semplicemente nel togliere. Deve riconoscere, distinguere ciò che appartiene all’opera da ciò che vi si è depositato sopra. Un gesto troppo esitante lascerebbe l’immagine nascosta; uno troppo aggressivo rischierebbe di cancellare, insieme alla patina, anche il colore originario.
È, prima di tutto, un esercizio di discernimento.
Forse dovremmo imparare a osservare la nostra mente nello stesso modo, soprattutto quando attraversa il paesaggio informativo contemporaneo.
Ogni giorno siamo raggiunti da una quantità di messaggi che nessuna generazione precedente ha dovuto elaborare con una velocità paragonabile alla nostra. Notizie, commenti, immagini, video, statistiche, testimonianze, opinioni, ricostruzioni e contenuti generati o modificati dall’intelligenza artificiale compaiono spesso nello stesso spazio visivo, separati soltanto da pochi secondi di scorrimento.
Una ricerca scientifica rigorosa può trovarsi accanto a una supposizione, una testimonianza personale, una manipolazione deliberata o una falsità costruita con tale cura da apparire perfettamente plausibile.
Il problema, allora, non riguarda soltanto l’esistenza di informazioni false. La disinformazione contemporanea agisce più in profondità, perché intercetta i processi attraverso i quali attribuiamo significato a ciò che incontriamo. Cattura l’attenzione, utilizza l’emozione, sfrutta la ripetizione e la familiarità, si inserisce nelle appartenenze, nelle paure, nei risentimenti e nelle aspettative.
Non cerca semplicemente di farci credere qualcosa: può tentare di influenzare il modo stesso in cui quella convinzione prende forma.
Per questo le difese esterne — fact-checking, verifica delle fonti, alfabetizzazione mediatica, responsabilità delle piattaforme — restano indispensabili, ma non possono essere sufficienti. Esiste un territorio più intimo sul quale occorre intervenire: quello spazio mentale, spesso brevissimo, che separa ciò che vediamo dalla decisione di ritenerlo vero.
La ricerca degli ultimi anni ha ridimensionato un luogo comune piuttosto diffuso: l’idea che le persone siano quasi incapaci di distinguere una notizia attendibile da una falsa. Nel 2025 Jan Pfänder e Sacha Altay hanno pubblicato su Nature Human Behaviour una revisione sistematica con meta-analisi preregistrata che ha raccolto 303 stime di effetto tratte da 67 studi sperimentali, coinvolgendo complessivamente 194.438 partecipanti di 40 Paesi.
Nel complesso, le persone distinguevano nettamente le notizie vere da quelle false. Curiosamente, tendevano più facilmente a dubitare di una notizia vera che ad accettarne una falsa: un risultato che gli autori interpretano come una propensione allo scetticismo più che alla credulità.
È un passaggio importante, perché modifica il significato stesso di “pensiero critico”. Fortificare la mente non significa insegnarle a sospettare di tutto. Una società nella quale ogni informazione viene percepita come potenzialmente ingannevole non è necessariamente più libera né più resistente alla manipolazione.
Il pensiero critico non coincide con la diffidenza indiscriminata; consiste piuttosto nella capacità di graduare la fiducia sulla base delle prove disponibili.
Un quadro compatibile emerge dalla meta-analisi pubblicata nel 2024 sui Proceedings of the National Academy of Sciences da Mubashir Sultan e colleghi. Gli autori hanno riunito i dati individuali di 11.561 partecipanti statunitensi provenienti da 31 esperimenti, per un totale di 256.337 giudizi sulla veridicità di titoli di notizie. L’accuratezza risultava superiore al caso sia per le notizie vere sia per quelle false.
Una maggiore capacità di ragionamento analitico era associata a una migliore discriminazione, mentre la familiarità dichiarata con una notizia aumentava la tendenza a considerarla vera.
Ed è proprio la familiarità uno dei punti più delicati della nostra architettura cognitiva.
Quando incontriamo nuovamente un’affermazione, la sua elaborazione diventa più fluida. Quella sensazione di facilità può essere inconsapevolmente scambiata per un segnale di attendibilità. È il cosiddetto illusory truth effect, l’effetto di verità illusoria.
Jessica Udry e Sarah Barber, in una revisione pubblicata nel 2024 su Current Opinion in Psychology, hanno mostrato come la semplice ripetizione possa accrescere la credibilità attribuita anche a informazioni false, a contenuti complottistici o ad affermazioni poco plausibili.
Nello stesso anno Felix Speckmann e Christian Unkelbach, in quattro esperimenti preregistrati pubblicati su Cognition, hanno evidenziato un fenomeno ancora più sottile. I partecipanti non soltanto tendevano a percepire le informazioni ripetute come maggiormente familiari, ma erano più inclini ad avere l’impressione di conoscerle già prima dell’esperimento.
In altre parole, qualcosa incontrato da poco può assumere soggettivamente il sapore di una conoscenza più antica e consolidata.
La disinformazione incontra qui una caratteristica fondamentale della memoria umana: ricordare non significa riprodurre fedelmente una registrazione. La memoria è ricostruttiva. Può conservarsi il contenuto mentre si indebolisce la memoria della sua provenienza; possiamo ricordare una frase e non sapere più con precisione dove l’abbiamo letta, chi l’abbia pronunciata o se provenisse da un articolo verificato, da un commento anonimo o da un contenuto che avevamo inizialmente riconosciuto come falso.
La meta-analisi di Alexa Schincariol, Henry Otgaar, Ciara Greene e colleghi, pubblicata nel 2024 su Memory, Mind & Media, offre un dato particolarmente interessante. Analizzando gli studi sperimentali disponibili sull’esposizione alle fake news, gli autori hanno rilevato che circa il 40% dei partecipanti riportava almeno un falso ricordo. Il dato va interpretato con cautela, perché gli studi presentavano più notizie false e mostravano una notevole eterogeneità: considerando il numero complessivo di eventi falsi mostrati, la quota effettivamente “ricordata” come vera era intorno al 22%. Resta tuttavia significativo che migliori capacità di ragionamento analitico fossero associate a una minore probabilità di riportare falsi ricordi.
Non significa, naturalmente, che ogni notizia falsa riscriva la nostra memoria. Significa qualcosa di più realistico e, per certi aspetti, più inquietante: informazioni successive possono inserirsi nella ricostruzione di ciò che ricordiamo e la memoria della fonte può deteriorarsi più rapidamente del contenuto.
La disinformazione non opera soltanto nello spazio; può lavorare anche attraverso il tempo.
Un’altra via privilegiata è l’emozione. Paura, rabbia, indignazione e senso di minaccia possiedono una particolare capacità di catturare l’attenzione. Quando una notizia tocca una convinzione morale, una paura identitaria o l’appartenenza a un gruppo, valutarla con distacco diventa più difficile.
Non stiamo più esaminando soltanto un’informazione: possiamo avere la sensazione di stare proteggendo qualcosa che riguarda noi stessi.
Sarebbe però sbagliato riproporre la vecchia contrapposizione tra ragione ed emozione. Le due dimensioni non viaggiano su binari separati. L’emozione orienta l’attenzione, contribuisce alla memoria, attribuisce rilevanza agli eventi. Il problema nasce quando la sua intensità diventa così forte da non essere più riconosciuta come una variabile capace di condizionare il giudizio.
Per questo una delle domande più preziose davanti a una notizia che ci provoca immediatamente potrebbe essere molto semplice: perché desidero così tanto che sia vera?
O, al contrario: perché ho bisogno che sia falsa?
Sono domande metacognitive. Per qualche istante spostano lo sguardo dall’oggetto osservato a colui che lo sta osservando.
Anche lo stato psicofisico nel quale elaboriamo le informazioni merita attenzione, purché si eviti ogni scorciatoia deterministica. Non disponiamo di basi scientifiche per affermare che stress o infiammazione rendano una persona automaticamente più credulona. Una conclusione del genere sarebbe semplicistica. Sappiamo però che molte funzioni coinvolte nel controllo cognitivo dipendono dall’integrità e dall’efficienza delle reti prefrontali.
Mary Kate Joyce, Stacy Uchendu e Amy Arnsten hanno analizzato, in una revisione pubblicata su Biological Psychiatry, i meccanismi attraverso i quali stress e processi infiammatori possono interferire con il funzionamento della corteccia prefrontale dorsolaterale, una regione fondamentale per memoria di lavoro, pensiero astratto, regolazione dell’attenzione e controllo cognitivo.
È in questo punto che la prospettiva neuroimmunologica può arricchire il discorso, a condizione di non trasformarsi in una spiegazione universale. Corpo, cervello e ambiente sono sistemi in continuo dialogo. Gli stati di stress prolungato coinvolgono circuiti neuroendocrini e immunitari che interagiscono con reti cerebrali impegnate nell’attenzione, nella memoria e nella regolazione del comportamento. Non esiste, dunque, una “biologia della fake news”; esistono condizioni biologiche e psicologiche che possono rendere più o meno efficiente il lavoro cognitivo richiesto per valutare informazioni complesse.
Il pensiero critico, in questo senso, è anche un processo incarnato.
Confrontare fonti, mantenere simultaneamente più ipotesi, inibire una reazione impulsiva, tollerare l’incertezza, recuperare informazioni precedenti e ammettere la possibilità di rivedere una convinzione richiede risorse. Non è un gesto astratto che avviene indipendentemente dallo stato dell’organismo.
Anche il sonno partecipa indirettamente a questo equilibrio. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024 su Neuroscience & Biobehavioral Reviews ha riunito 39 ricerche, 125 stime di effetto e 1.234 partecipanti, mostrando che la restrizione del sonno esercita un effetto negativo, seppure mediamente piccolo, sulla formazione della memoria.
Non significa che dormire poco induca a credere alla disinformazione. Significa piuttosto che memoria, attenzione e capacità di elaborazione dipendono anche dalle condizioni nelle quali chiediamo alla mente di lavorare.
Una mente affaticata non perde necessariamente intelligenza. Può perdere qualcosa di più sottile: il tempo e le risorse necessari per utilizzarla bene.
E il tempo è forse uno dei beni più contesi nell’attuale economia dell’attenzione. La comunicazione digitale ci invita spesso a reagire prima ancora di avere elaborato. Scorrere, commentare, condividere: il gesto precede facilmente la valutazione.
La disinformazione prospera nella fretta. La verifica, quasi mai.
Gli studi sugli accuracy prompts sono interessanti proprio perché cercano di riaprire questo intervallo. Nel 2022 Gordon Pennycook e David Rand hanno riunito in una meta-analisi pubblicata su Nature Communications venti esperimenti, per complessivi 26.863 partecipanti. Un semplice richiamo a considerare l’accuratezza dei contenuti prima di decidere se condividerli migliorava la qualità delle informazioni che le persone dichiaravano di voler diffondere, soprattutto riducendo la propensione a condividere notizie false.
Non è una soluzione definitiva, ma suggerisce qualcosa di rilevante: possiamo diffondere un contenuto inaccurato non necessariamente perché siamo incapaci di riconoscerlo, ma perché, in quel momento, la nostra attenzione è stata catturata da altro — sorpresa, appartenenza, indignazione, desiderio di partecipare alla conversazione, bisogno di ricevere approvazione.
Riportare l’attenzione sulla domanda «È accurato?» può essere sufficiente, almeno in alcune circostanze, a modificare il comportamento.
Negli ultimi anni ha ricevuto grande interesse anche il prebunking, o inoculazione psicologica: l’idea di insegnare in anticipo a riconoscere alcune tecniche ricorrenti di manipolazione, come l’uso esasperato dell’emotività, la falsa dicotomia, il ricorso a falsi esperti o la delegittimazione indiscriminata delle fonti.
Anche in questo campo, tuttavia, la prudenza scientifica è indispensabile. Nel 2024 Pennycook, Berinsky, Lewandowsky, Rand e colleghi hanno pubblicato su Nature Human Behaviour cinque studi, per un totale di 7.286 partecipanti. L’inoculazione contro la manipolazione emotiva aiutava a riconoscere quella specifica tecnica, ma da sola non migliorava la capacità di distinguere il vero dal falso. Il risultato diventava più favorevole quando l’intervento veniva associato a un esplicito richiamo all’accuratezza.
La distinzione è fondamentale: riconoscere un tentativo di persuasione non equivale ancora a stabilire se l’affermazione sulla quale esso si appoggia sia vera oppure falsa.
Anche le rettifiche hanno un ruolo importante. La revisione di Ethan Porter e Thomas Wood pubblicata nel 2024 su Current Opinion in Psychology conclude che, nel complesso, le correzioni fattuali migliorano l’accuratezza delle convinzioni. Il temuto backfire effect — l’ipotesi secondo cui correggere una falsità finirebbe spesso per rafforzarla — appare molto più raro di quanto sia stato talvolta raccontato.
Correggere, tuttavia, non significa cancellare. Paige Kemp, Aaron Goldman e Christopher Wahlheim hanno sottolineato come l’efficacia di una rettifica dipenda anche dalla memoria: l’informazione originaria e la correzione possono essere ricordate con forza diversa e il beneficio tende a ridursi nel tempo, soprattutto quando si perde il ricordo della fonte.
Da qui deriva un principio fondamentale: non basta sapere qualcosa; è altrettanto importante ricordare perché riteniamo di saperla.
La provenienza di un’informazione non è un ornamento. È parte integrante della conoscenza.
Al tempo stesso, educare alla disinformazione non dovrebbe trasformarsi in una pedagogia della diffidenza. Uno studio condotto da Emma Hoes e colleghi e pubblicato nel 2024 su Nature Human Behaviour ha coinvolto complessivamente 6.127 persone negli Stati Uniti, in Polonia e a Hong Kong. Diverse strategie — fact-checking, consigli di alfabetizzazione mediatica e comunicazione sulla disinformazione — riducevano la credibilità attribuita alle informazioni false, ma in alcuni contesti aumentavano anche lo scetticismo nei confronti di affermazioni vere. Negli Stati Uniti, inoltre, tali effetti non risultavano più osservabili al follow-up di una settimana.
È un avvertimento prezioso. Se per proteggerci dalla falsità finissimo per distruggere la possibilità stessa di attribuire fiducia a informazioni ben documentate, avremmo semplicemente sostituito una vulnerabilità con un’altra.
L’obiettivo dovrebbe essere diverso: formare persone capaci di concedere fiducia in proporzione alla qualità delle prove.
Una mente realmente fortificata non risponde automaticamente «è falso». Si domanda: chi lo sostiene? Da dove proviene il dato? Posso risalire alla fonte originaria? Esistono conferme indipendenti? Sto leggendo un fatto, un’interpretazione o un’opinione? Si tratta di un singolo studio oppure di un risultato replicato? La relazione descritta è soltanto correlazionale oppure esistono elementi per parlare di causalità?
E, soprattutto: che cosa potrebbe farmi cambiare idea?
La domanda è decisiva. Se la risposta è «niente», non stiamo più esaminando una convinzione; stiamo proteggendola.
È qui che psicologia clinica e studio della disinformazione possono incontrarsi. La rigidità cognitiva offre una protezione temporanea dall’incertezza perché permette di organizzare il mondo in categorie stabili. Ma presenta un costo: costringe progressivamente la realtà ad adattarsi a ciò che abbiamo già deciso.
La flessibilità psicologica richiede un movimento più complesso: accettare che un’opinione possa essere modificata senza che quel cambiamento venga vissuto come una sconfitta personale.
Dire «mi sono sbagliato» richiede più forza di quanto si immagini. Significa comprendere che una convinzione non coincide con il nostro valore e che abbandonarla, quando le prove lo richiedono, non significa perdere una parte di noi.
Forse la resistenza più profonda alla manipolazione comincia proprio qui: non nell’accumulo infinito di informazioni, non nel sospetto generalizzato e nemmeno nella presunzione di essere troppo intelligenti per essere ingannati, ma nella consapevolezza dei limiti del nostro stesso funzionamento.
Sapere che la ripetizione può influenzarci. Che la familiarità non è sinonimo di verità. Che possiamo ricordare un contenuto e dimenticarne la provenienza. Che un’emozione intensa può modificare il modo in cui valutiamo ciò che leggiamo. Che le informazioni compatibili con quanto già crediamo possono sembrarci più persuasive proprio perché ci chiedono meno fatica.
Riconoscerlo non è una dichiarazione di debolezza. È metacognizione.
Fortificare la mente contro la disinformazione significa educarla alla possibilità di una pausa: non una sospensione ansiosa, ma quel breve intervallo nel quale l’impulso può trasformarsi in domanda. È vero? Come lo so? Da dove proviene? Perché desidero crederci? Quale prova sarei disposto ad accettare contro ciò che penso?
Una democrazia matura ha bisogno di persone capaci di sostenere queste domande. Ne hanno bisogno la scienza, il giornalismo, la medicina e, più in generale, ogni spazio nel quale esseri umani differenti tentino ancora di costruire una realtà sufficientemente condivisa da poter dialogare.
Perché la disinformazione non prevale soltanto quando riesce a farci credere una falsità. Ottiene un risultato, forse ancora più pericoloso, quando ci convince che non esista più alcuna verità verificabile, nessun terreno comune sul quale confrontare le prove, nessuna fonte alla quale sia ragionevole attribuire maggiore affidabilità di un’altra.
Nel laboratorio, intanto, la restauratrice si è fermata. La luce radente attraversa adesso una parte del dipinto che prima appariva quasi completamente scura. Sotto gli strati alterati è emerso un volto. Non è nuovo. Era sempre stato lì. La donna riavvicina il tampone, poi ritrae la mano. Sa che esiste un punto oltre il quale pulire non significa più recuperare l’immagine, ma rischiare di cancellarla.
Forse anche noi abbiamo bisogno di imparare quella misura. Non credere a tutto, ma neppure distruggere tutto per paura di essere ingannati. Rimuovere ciò che altera senza intaccare ciò che resiste alla verifica.
E conservare, sotto il rumore delle infinite versioni del mondo, la pazienza necessaria a riconoscere il colore originale.






