“L’Anna che verrà”: la rinascita tra fragilità e forza di Annalisa Menin

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C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui le cadute diventano così pesanti da sembrare definitive. Ma ci sono anche momenti in cui quelle stesse cadute si trasformano in radici nuove, in un baricentro che non si pensava di poter ritrovare.

“L’Anna che verrà” nasce da qui: dal dolore che si fa parola, dalla fragilità che diventa forza, dalla solitudine che lascia spazio a un respiro diverso, più libero.

Per Annalisa Menin la scrittura è cura, è specchio e rifugio, ma anche ponte verso gli altri. In queste pagine, intime e luminose, ha raccolto la sua esperienza più difficile e l’ha restituita come testimonianza di speranza. Non una resa, ma un atto di coraggio: raccontarsi per ricordare che, anche quando sembra impossibile, è sempre possibile ricominciare.
In questa intervista ci conduce dentro il suo viaggio: le ferite, i luoghi, gli incontri, le scoperte che hanno segnato la rinascita di una donna pronta a guardare avanti con serenità e stupore.

Anna Venier, alter ego letterario dell’autrice, donna complessa, potente e fragile, dopo anni a New York, che lei ama moltissimo, decide di tornare in Italia, nella provincia veneta da cui era partita per cercare se stessa, altrove. O per ritrovarla?

Benvenuta, Annalisa. Da New York, all’Italia. Partiamo dal titolo: “L’Anna che verrà”.

Chi è questa nuova Anna?

È una donna che, finalmente, ritrova il suo baricentro. È una donna che è caduta diverse volte, ma si è sempre rialzata, ancora più forte di prima.

Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a scrivere il libro?

Ho vissuto una storia di dipendenza emotiva proprio durante la stesura del mio terzo libro. L’impatto nella mia vita personale e professionale è stato talmente forte che il concept originale del romanzo è stato stravolto. Ho avuto l’esigenza di raccontare e condividere la mia esperienza, sperando che possa essere utile a qualcun altro. Per me la scrittura è terapia.

Scrivere è stato per lei un modo per elaborare il dolore o per lasciare una traccia di speranza?

Entrambe le cose. Scrivere mi aiuta a buttar fuori. È come se vedessi tutto da una prospettiva diversa, molto più razionale, e quindi il processo di scrittura mi permette di elaborare il dolore. Allo stesso tempo, questo lascia un senso di bellezza alla fine, di possibilità. È possibile reinventarsi sempre.

C’è una pagina o un passaggio che sente più “suo”, come fosse un segreto che finalmente ha trovato voce?

I capitoli dedicati alla madre e al padre, il dialogo di Anna Venier con entrambi, sono per me un passaggio fondamentale. Sono diventata grande, e questo libro lo sancisce. 

Che reazioni sta ricevendo dai lettori?

Molto positive. La parte che amo di più dell’essere una scrittrice è il dialogo con il pubblico, entrare in contatto con le storie di tante persone, aiutare se posso, anche solo ascoltando.

Dopo New York, cosa significa oggi per lei la parola “casa”?

Casa per me è il mondo. Sono sempre riuscita a ricreare un piccolo angolo tutto mio in ogni posto nel quale ho vissuto: in Cile, in Germania, negli Stati Uniti, a Londra, e ora in Italia e voglio continuare a sentirmi a casa ovunque io vada. Detto ciò, citando  come ho fatto anche nel libro Naguib Mahfouz: “La tua casa non è dove sei nato. Casa è dove cessano tutti i tuoi tentativi di fuga”. Ecco, il luogo nel quale vivo oggi, che poi è anche quello dove sono nata e cresciuta – la campagna veneta – è la mia casa oggi, dove sento il cuore sereno e dove i miei tentativi di fuga sono cessati. Sono finalmente in pace con me stessa.

Ripartire è anche reinventarsi: cosa ha scoperto di sé stessa che non conosceva?

Che so guardare oltre, che so perdonare, e perdonarmi. E che forse è proprio quella la chiave della serenità.

Ci sono luoghi o incontri che l’hanno aiutata a ritrovarsi?

La campagna in generale è sempre stata per me un luogo di pace e serenità. Mentre vivevo a New York avevo come obiettivo acquistare una casa in campagna in Upstate, vicino ad Hudson… ci sono andata molto vicina, ma una casa mi aspettava in Italia, evidentemente. Per quanto riguarda gli incontri: le mie amiche sono state fondamentali. Mi sono state vicine, mi hanno ascolta a e supportata, in maniera mai invadente. 

 C’è stato un gesto di cura o una parola che l’ha sorpresa, che l’ha fatta sentire meno sola?

L’anno scorso, ad agosto, è stato il momento per me più buio (dopo la morte di Marco). Una mia cara amica, che era in viaggio per lavoro, è stata al telefono con me per un paio d’ore, fino a quando non mi sono sentita meglio. Ero nel bel mezzo di un attacco di panico, e lei mi è stata vicina anche da lontano, con grande calma ed affetto. 

 C’è stato un momento, anche piccolo e quotidiano, in cui ha capito che stava tornando a vivere?

Quando mi sono ritrovata a cantare a squarcia gola in macchina, con i finestrini tutti abbassati e l’aria fresca che entrava, davanti a me un tramonto pazzesco. Ero in una stradina di campagna in provincia di Padova e mi sono commossa, complice la canzone che stavo ascoltando. È stato un momento catartico. Mi sono sentita al posto giusto, e molto amata. Mi sono detta: “ è stata dura, ma ce l’hai fatta. Ora continua così.”

A chi ha pensato per primo quando ha scritto le ultime pagine del libro?

A Marco. Lui sarebbe stato molto felice di vedermi, finalmente, serena. 

Se dovesse racchiudere il libro in una frase sola, quale sarebbe?

A volte bisogna partire per imparare a restare. 

Cosa desidera che resti al lettore quando chiude l’ultima pagina?

Un senso di bellezza. Mi auguro che chi legge il libro dica: “ah, che bella storia”. 

 E per sé stessa, oggi, qual è il desiderio più forte?

Di continuare ad imparare ogni giorno e di farmi stupire della vita, evitando così di spegnermi piano piano. Voglio continuare a coltivare la mia fiamma.

 Può anticiparci se ha già in mente un nuovo progetto, letterario o personale?

Ho appena iniziato a scrivere il mio quarto libro, non avrà nulla a che fare con Anna Venier però. Intanto porto avanti il mio progetto Remembering Marco, che è diventato un Mentorship Program per giovani imprenditori e… mi sposo il prossimo anno. Chi l’avrebbe mai detto, anche solo qualche mese fa? La bellezza della vita, che sa stupire sempre!

 Se una persona che si sente smarrita le stesse ascoltando ora, che parole le regalerebbe?

Di chiedere aiuto. Di condividere la propria esperienza, di non tenere tutto dentro. Di non sentirsi sola/o, che la vita è tutto un saliscendi. 

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               Ogni parola di Annalisa sembra custodire un invito silenzioso: non smettere mai di credere nella possibilità di rinascere. L’Anna che verrà non è soltanto un libro, ma un promemoria di luce per chi attraversa il buio, una mano tesa che ricorda come la vita sappia sorprenderci proprio quando pensiamo di aver perso la strada.
E forse il messaggio più autentico che lascia ai suoi lettori è questo: la bellezza non sta nell’assenza delle ferite, ma nella forza con cui impariamo a portarle con noi, trasformandole in nuova vita.

“L’Anna che verrà” – Giunti Editore è il romanzo conclusivo della trilogia di Annalisa Menin che segue “Il mio ultimo anno a New York” e “Il traghettatore”. Un viaggio emotivo tra perdita, rinascita e libertà. Una storia di coraggio e riscoperta di sé. Una ripartenza, forse da dove mai si è venuti via….

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