No, Cappuccio non ha sbagliato tono. Abbiamo sbagliato Paese.

Paolo Cappuccio

Paolo Cappuccio, diciamolo pure,  ha detto ad alta voce ciò che tanti pensano e pochi hanno il coraggio di pronunciare: che il lavoro va rispettato. Che la ristorazione non è un centro ricreativo. Che chi si presenta senza voglia, senza competenze e con la pretesa del contratto a misura di umore personale, forse dovrebbe farsi due domande prima di chiederne cento agli altri.

La bufera rispetto all’annuncio pubblicato su Facebook pochi giorni fa nella quale cercava per un hotel a quattro stelle in Val di Fassa Trentino, uno chef, tre capo partita e un pasticcere. Per tutti questi ruoli, però, aveva chiesto di astenersi a «comunisti e fancazzisti», «masterchef del c..» e «persone con problematiche di alcol droga e orientamento sessuale».

Un annuncio, ora tolto dai social, che ha scatenato il finimondo.

Apriti cielo.

Social indignati. Colleghi imbarazzati. Articoli in cui si seziona il tono, si contesta il vocabolario, si discute se “comunisti nei miei locali” sia una battuta infelice o una dichiarazione di guerra. E come sempre, il punto va perso.

Perché il punto è questo: Cappuccio ha ragione.

Non perché sia un eroe. Ma perché esiste una differenza tra diritto e capriccio, tra fatica e sfruttamento, tra rispetto e debolezza mascherata da sensibilità.

E qualcuno, finalmente, lo ha detto fuori dai denti.

“Da troppi anni viviamo in un paradosso: tutti vogliono un lavoro, ma pochi vogliono davvero lavorare. Si invocano “condizioni umane” in settori in cui nessuno vuole più sporcare le mani. Si pretende equilibrio vita-lavoro in contesti dove la cultura del lavoro è scomparsa. Dove si chiede di essere “valorizzati” ancora prima di aver dimostrato di valere qualcosa.”  dichiara a posteriori.

Il problema, semmai, è che il mercato ha lasciato solo chi ancora crede nel merito. Chi forma personale, investe, tiene in piedi un sistema che senza passione e regole non esisterebbe più. Perché un ristorante non è solo cucina: è disciplina, gerarchia, ritmo, presenza. Non lo reggi con un post su LinkedIn o un “non mi sento visto”.

Certo, le generalizzazioni sono sempre pericolose.

Ma oggi sono più pericolose le ipocrisie accomodanti: quelle che dipingono lo chef come despota e il dipendente come agnello sacrificale.

Chi ha lavorato davvero in cucina – o in qualsiasi ambiente competitivo – sa bene che la durezza non è sempre tossica. Spesso è necessaria.

Che la fatica non è una punizione, è parte del gioco.

Che l’autorità, quando è giusta, non è prepotenza: è struttura.

Cappuccio ha esagerato? Forse. Nel messaggio voleva essere chiaro e senza mezzi termini.

Cappuccio non ha mancato di rispetto.

Ha chiesto rispetto per chi lavora sul serio.

E chi si è sentito offeso, forse, non ha mai davvero cucinato nulla. Nemmeno una carriera.

 

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