Rocco Commisso, il lungo viaggio di un presidente “Viola”

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Rocco Commisso si è spento a 76 anni, dopo un lungo periodo di cure. Imprenditore italoamericano e presidente della Fiorentina, lascia un’eredità che va oltre il calcio: una storia di migrazione, ambizione e appartenenza, capace di tenere insieme due sponde dell’Atlantico.

«Chiamatemi Rocco». Queste due parole giusto per capire che Rocco Commisso faceva la differenza nel calcio italiano, che stava per conoscere un presidente diverso. Vulcanico, diretto, profondamente italiano anche dopo una vita passata negli Stati Uniti. 

Il presidente della Fiorentina è scomparso a 76 anni. Dall’American dream alla Viola passando per Mediacom. Il rimpianto dello stadio.

Rocco è l’immagine italiana, di tutti quelli che da immigrati, hanno portato l’Italia negli Stati Uniti, per un futuro diverso, e migliore.

Arrivò negli Stati Uniti da bambino, a dodici anni, insieme alla madre, per raggiungere il padre già stabilito a New York. Cresciuto a Brooklyn, imparò presto a vivere tra due identità: le radici italiane come memoria viva, l’America come spazio di possibilità. Studiava e lavorava, senza scorciatoie. Il calcio, passione mai abbandonata, fu la prima vera occasione di riscatto: grazie allo sport ottenne una borsa di studio che lo portò alla Columbia University, dove si laureò, dando avvio a un percorso che lo avrebbe portato molto lontano.

Da lì nacque l’imprenditore. Con la fondazione di Mediacom, Commisso costruì uno dei principali gruppi statunitensi nel settore delle telecomunicazioni, espandendosi dalla televisione via cavo ai servizi digitali e tecnologici applicati anche alla sanità. Un successo costruito con visione e disciplina, accompagnato però da un’idea costante: restituire. Restituire allo sport, all’Italia, a quel calcio che gli aveva permesso di studiare e cambiare destino.

Per chi emigra così giovane, il legame con il Paese d’origine non si spezza mai davvero. Per Commisso quel legame passava attraverso il calcio. Dopo l’esperienza come proprietario dei New York Cosmos, maturò la convinzione che il sistema sportivo americano non rispecchiasse la sua idea di merito: vincere senza poter crescere, senza una reale progressione, non era abbastanza.

Credeva nella fatica che viene premiata, nel lavoro che produce risultati concreti.

L’acquisto della Fiorentina rappresentò il compimento di quella visione. L’ingresso in Serie A non fu solo un’operazione economica, ma un atto identitario: riportare il club a competere, darle una struttura, inseguire un trofeo che mancava da troppo tempo. I risultati sportivi sono stati fatti di attese, finali raggiunte, sogni sfiorati e successi nel settore giovanile. Le coppe non sono arrivate, ma il segno lasciato è evidente.

Soprattutto fuori dal campo. Il Viola Park, uno dei centri sportivi più grandi e moderni d’Europa, è il simbolo della sua idea di futuro: oltre cento milioni di euro investiti in un luogo pensato per crescere, formare, tramandare valori. Un progetto che mette insieme innovazione e memoria, presente e prospettiva.

Commisso era un uomo diretto, senza mediazioni. Profondamente legato alla famiglia e alla fede, aveva voluto all’interno del centro sportivo anche uno spazio spirituale. Gli ulivi dedicati alla moglie Catherine raccontano meglio di molte parole il centro emotivo della sua vita.

Firenze, città che amava sinceramente, lo ha accolto con entusiasmo, ma anche con incomprensioni che lo hanno segnato.

Aveva bisogno di sentirsi riconosciuto, compreso. Soffriva quando le sue intenzioni venivano travisate, ma sapeva anche lasciarsi andare a entusiasmi autentici. Instancabile, dopo i voli transoceanici si recava subito al centro sportivo: lavorare era il suo linguaggio naturale. Non dimenticò mai Gioiosa Ionica, il paese calabrese dove era nato, né l’importanza di investire sui giovani, offrendo loro opportunità reali attraverso lo sport. In fondo, stava solo restituendo ciò che la vita gli aveva concesso.

Commisso, pronto a investire fino a 300 milioni di euro per rifare o costruire un nuovo stadio a Firenze, ma ciò non è mai avvenuto, e forse questo rimpianto se l’è portato con sè.

Il Franchi è rimasto lì, simbolo di un calcio italiano incapace di trasformare le buone intenzioni in sviluppo economico. Un’occasione persa non solo per la Fiorentina, ma per l’intero sistema.

«Il suo amore per la Fiorentina è stata la cosa più bella che si è regalato», hanno scritto i familiari. E forse è davvero così. Perché Commisso, che aveva costruito un impero partendo dal nulla, in viola aveva trovato qualcosa che i soldi non comprano: l’appartenenza.

C’è un dettaglio che oggi assume un valore quasi simbolico: la Fiorentina ieri ha vinto. È solo una partita, certo. Ma nel giorno dell’addio a Rocco Commisso, quel risultato sembra ricordare che le storie non si chiudono mai davvero, continuano a muoversi dentro ciò che è stato costruito. È un segnale discreto: ciò che Commisso ha messo in moto continua a camminare, anche oltre la sua presenza.

Le esequie si terranno nella Cattedrale di ST. Patrick a New York, il 21 Gennaio.Rocco Commisso mancherà a Firenze, alla Fiorentina e a chi crede ancora nel valore del lavoro, del merito e della responsabilità. Resta un auspicio silenzioso: che la sua “Viola” possa un giorno alzare quel trofeo tanto atteso.

Sarebbe il modo più coerente di chiudere una storia costruita con fatica, visione e appartenenza.

Ciao Rocco!

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