Chiara, quella che ama i drammi piccoli (e lo sa)

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Chiara, quella che ama i drammi piccoli (e lo sa)

Sto facendo colazione al tavolo del soggiorno e guardo mia sorella che rigira il cucchiaino nel cappuccino neanche dovesse montare lo zabaione.
Ooook. “Parliamo?”
“Cioè, parlo io.”
Perché tanto, se non lo faccio io, chi vuoi che lo faccia?
“Anzi no, scusa: ho dormito male.”
Lei mi guarda perplessa, come al solito, non può capire.
Non per qualcosa in particolare, eh…
Ho solo sognato che perdevo l’autobus. Tre volte.
Vuol dire qualcosa, vero?
Simboleggia una perdita.
O un ritardo.
O forse solo che dovevo fare pipì.
“Niente, lascia stare.”

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Mi alzo e mi dirigo in bagno.
Guardo lo specchio.
Ho gli occhi gonfi.
Non piango eh. È solo che a volte la vita pesa anche quando pesa poco.
Tipo oggi.
Che poi? Perché? Boh. Ah si ho dormito male e qualcosa vorrà dire.
In tutto questo non ho ancora preso il caffè.

Poco dopo è proprio quello che sto facendo.
Mi cade il cucchiaino.
Lo raccolgo, lo pulisco, mi cade di nuovo.
E lì capisco: sarà una giornata difficile.

“Universo, ma ce l’hai con me?”
In realtà il mio interlocutore è il lavandino e sebbene sia perfettamente normale che non mi risponda, chissà perché ne resto delusa.

Esco di casa in ritardo. Tre minuti, ma sono simbolici.
Arrivo all’ascensore, mi vedo nello specchio, la piega dei capelli è un disastro.
UMIDITÀ. Traditrice.
Torno su.
Mi sistemo.
Non posso affrontare il mondo se non mi sento bella.
Cioè, posso… io posso tutto alla fine
ma preferirei evitare.

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Entro in ufficio con l’aria di chi ha già vissuto tre atti di un dramma.
“Caffè. Subito. Sono emotivamente vulnerabile.”
E mentre lo dico, rido.
Perché lo so.
Lo so che esagero.
Ma a volte esagerare è l’unico modo per sentirsi viva.
Intanto scorgo qualche occhiata complice e qualcuna un po’ meno.
Faccio finta di niente ma mi colpisce, soprattutto mi colpisce il fatto che tutti si sentono così superiori e non capiscono. Non sentono.
“Chiara, a che punto sei della tragedia oggi?”
Me lo dice la collega/compagna di banco.
“Terzo atto, non siamo ancora a niente.”
Si crede simpatica dall’alto della sua superficialità, ma in realtà si sta ancora chiedendo quale sia il terzo atto.

Poi arriva il postino. Mi chiede come sto.
E io vorrei rispondere che Sto bene ma stamattina ho sognato un autobus, ho litigato con un cucchiaino, mi sono vista gonfia nello specchio e non so se è tutto vero o solo simbolico.
Ma gli dico:
“Bene dai, e tu?”
Lui non ha colpe, me lo chiede per gentilezza, mica posso mandarlo in crisi con tutto questo casinò che ho in testa.
“Bene anche io, ci vediamo.”

Alle 13:27 non ho fame.
Alle 13:33 sono offesa perché nessuno mi ha chiesto se volevo qualcosa da mangiare.
Chi mi capisce, sa.
Eh appunto… chi mi capisce?

Alle 18:00 sono di nuovo a casa che provo a raccontare a mia madre qualcosa mentre guardo l’armadio.

“Dici che dovrei rimandare? Magari volevano mandarmi un segnale dall’alto?”
Anche se il lavandino non mi ha risposto…
Lei mi guarda dolcemente, come fa sempre, scuote la testa ed alza gli occhi al cielo.
Gonfio le guance e torno a concentrarmi sul guardaroba.
Ho l’aperitivo con le ragazze.
Mi provo sei maglioni.
Nessuno rappresenta il mio stato d’animo.
Alla fine metto un trench troppo elegante.
Ma almeno comunica.

Arrivo di corsa ma non troppo di corsa.
Hugo Spritz, risate, battute.
Poi all’improvviso mi zittisco.

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Guardo le altre.
E lo chiedo:
Ma secondo voi… io sono troppo intensa?”

Silenzio.
E poi mi dicono di no.
Anche se lo sono. Io lo so che lo sono e so anche che loro lo pensano ma…
Ma sono anche altro.
Sono quella che sente tutto.
Anche quello che non si dice e lo sento troppo e tutto insieme.

E niente.
Anche se a me i drammi piccoli piacciono.
Perché sono quelli che ci fanno battere il cuore senza farlo a pezzi.
Perché un cucchiaino che cade, un sogno, una piega sbagliata…
non sono la fine del mondo.
Ma sono piccoli modi per dire:
oggi ci sono, con tutta la mia meravigliosa confusione…

A volte sarebbe bello sentirsi dire… perché lo pensi? Vuoi che ne parliamo? Parliamo davvero?
Non solo per prendermi in giro o per dirmi che sono ESAGERATA.
Non per farmi cambiare o assecondarmi ma solo per sentirmi.
Anche troppo si.
Ma sentire che dietro ogni tragedia, anche la più piccola, c’è solo il desiderio di essere capita.
Non sistemata.
Non ridimensionata.
Solo capita.
Che qualcuno mi guardi e dica:
“Ok, sei fatta così. E va bene. Non devi spegnerti per piacere di più.”

Ecco, forse è questo che voglio.
Non meno emozione.
Ma più spazio per sentirla, viverla, raccontarla.
Anche se è esagerata.
Anche se sono io.
Anche se fa un po’ rumore.

Sono intensa.
Drammatica.
Eccessiva.
Ma voglio vedere chi di noi non si è mai sentito così almeno una volta.
Magari non abbiamo il trench perfetto, ma il cucchiaino ci è caduto a tutti.

 

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