FEDELI O TRADITORI? La riposta è in ognuno di noi

treason 6971578 1280

Quando si pensa alla parola “tradimento”, inevitabilmente la mente riporta l’immagine di qualcuno che ha tradito nel contesto di una relazione di coppia. Quasi mai viene in mente che il tradimento ci riguarda molto più da vicino e rappresenta quasi una costante nella nostra vita. Il “tradimento” infatti avviene quando si tradisce sé stessi e il proprio modo di essere, di stare al mondo e di considerare la vita.

Inganniamo noi stessi quando non rispettiamo i nostri bisogni. Tutte le volte in cui rinunciamo a ciò che ci fa stare bene, per assecondare i bisogni di qualcun altro. Tutte le volte che ignoriamo la voce interiore, che ci sussurra che stiamo facendo qualcosa che non ci piace. Tutte le volte che permettiamo la sopraffazione dei nostri desideri e consegniamo la nostra vita nelle mani di qualcun altro. 

Eppure, in tutte queste circostanze, non pensiamo mai di “tradirci”, ritenendo che fare tutto quello che si può in favore degli altri, sia un giusto modo di fare, o quantomeno una modalità che ci assolve da ogni eventuale possibilità di commettere errori. 

In questi casi, tradire sé stessi diviene una modalità di routine, una prassi che definirei tossica, fino al punto da non distinguere più il limite, e oltrepassare anche il rispetto verso la propria persona.

Pensare unicamente al “tradimento” come un comportamento riferito alla coppia, è un pensiero abbastanza frequente e fuorviante.

In realtà, il primo “tradimento” subito, è sicuramente avvenuto quando abbiamo preso coscienza di non essere più il centro dell’esclusiva attenzione di nostra madre. Una condizione che si verifica con molta più frequenza alla nascita di un fratello o di una sorella. Una sofferenza emotiva che, se da una parte ci aiuta a distanziarci dalla simbiosi materna, dall’altra ci fa avvertire la dimensione ridotta del nostro egocentrismo filiale. Non essere più il “tutto” per un altro, ci aiuta a ritenerci una “parte” di un sistema affettivo, e questa considerazione costituirà il substrato dell’indipendenza emotiva, che avremo modo di raggiungere crescendo fino all’età adulta.

Si tratta quindi di un “tradimento” funzionale e salvifico. 

Il “tradimento” che viene praticato nel rapporto di coppia, nella stragrande maggioranza dei casi, ha la stessa cecità emotiva che assume il tradimento verso sé stessi; nonostante si esprima in maniera diversa. Il non vedere le proprie fragilità ed i propri limiti, assume una connotazione “naturale”, anche se di naturale non c’è nulla, trattandosi del risultato di una prospettiva disfunzionale rivolta alla “bisaccia” dell’altro e non alla propria, come ci dimostra Fedro, il rinomato favolista latino vissuto circa 21 secoli fa, con la favola riportata:

Giove ci diede due bisacce: una dietro la schiena, piena dei nostri difetti, davanti, appesa al petto quella pesante dei vizi degli altri. Questo è il motivo per cui non possiamo vedere i nostri difetti, ma facciamo i giudici non appena gli altri sbagliano”.

Una favola che ci mostra come la natura umana non muta, può cambiare l’abito ma non la sostanza di cui è fatta.

Nella circostanza del “tradimento”, siamo inclini a puntare il dito verso l’altro, assumendo la posizione di vittima. Mostrarsi vittima infatti aiuta, paradossalmente, ad assumere una posizione di forza e di potere nei confronti del “traditore”. 

È come affermare che chi tradisce ha sempre torto, a prescindere dalle circostanze e dai comportamenti dei soggetti coinvolti. Si tratta di un’asserzione abbastanza rigida, che non favorisce una corretta definizione della realtà, né una adeguata presa di coscienza dello stato di salute della coppia. 

Viene dunque da chiedersi se una persona “fedele” ai propri ideali, al proprio credo religioso, alla propria morale etc., potrebbe “tradire”. 

La domanda che ognuno dovrebbe porsi è: «Cosa vuol dire essere “fedele”?»

Sappiamo che la morale cambia, come ci insegna la storia. Sappiamo che gli ideali si sgretolano, purtroppo, sotto la scure della realtà. Sappiamo che anche il proprio credo religioso spesso viene messo in dubbio, specialmente quando non si ricevono risposte soddisfacenti dal proprio Dio, dunque, siamo tutti potenzialmente inclini al tradimento?

Se la fedeltà è un valore opinabile e fluttuante, restare fedele al partner vorrebbe dire darsi un obbligo, un limite di azione, ovvero prendersi un impegno inderogabile e assumere un diktat, a prescindere dal bene e dal male che pervade la relazione?

Purtroppo sembrerebbe che la risposta sia affermativa, nonostante le evidenze dimostrino che si tratta di un atteggiamento poco fruttuoso per la salute della coppia. 

Sarebbe forse più produttivo e funzionale per chiunque, non accettare di firmare con gli occhi bendati quel patto di fedeltà, come premessa e promessa imposta, ma domandare all’altro e a sé stessi di rinnovare quella firma ogni giorno, considerandola un valore che si aggiunge alla propria vita e non un obbligo a cui sottostare. 

Certo è che nascondersi dietro al velo dell’indifferenza e della cecità emotiva, può solo favorire la nascita e la crescita dei traditori e dei traditi.

Autore
Data
Condividi
Articoli correlati all’argomento