La psicotrappola dell’amore: quando l’amore NON è per sempre

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L’amore è per sempre? Sembrerebbe di no. Nonostante, amarsi per sempre sia la promessa che gli amanti si fanno, sin dal primo incontro, bisogna ammettere che spesso questo sentimento non riesce a sostenere il peso delle aspettative. L’amore è un sentimento complesso. Difficile da spiegare. Dell’amore non si parla, perché l’amore si “sente”.

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  Quando è presente, non ha bisogno di parole. Avvolge la mente e il cuore con la stessa membrana di cui sono fatti i sogni. Si, perché l’amore conduce in una dimensione di beata follia, dove il significato di ogni gesto e di ogni parola, assume il sapore delle cose perdute e desiderate. Proprio come nella dimensione onirica, dove realtà e fantasia si mescolano senza più tempo né spazio, e dove alla ragione non è permesso di entrare.

 Quando si ama, si prova un miscuglio di emozioni, spesso anche incomprensibili, ma potenti al punto da scuotere anche la mente più pragmatica e razionale. Ma l’amore può finire. E succede, con sempre maggiore frequenza, quando vengono scambiati per amore, emozioni e sentimenti che con l’amore non hanno nulla in comune.

Non è possibile individuare il momento preciso in cui un amore finisce, forse perché rimane ancora un mistero il meccanismo che spinge le persone ad avvicinarsi ed a scegliersi. Tuttavia, ci sono una serie di piccoli segnali che esprimono la stanchezza della relazione d’amore e altrettanti che dovrebbero mettere in guardia rispetto alla degenerazione intrapresa dalla relazione stessa.

Spie che, o non si vuole vedere o che si cerca deliberatamente di nascondere, in entrambi i casi sottendono a processi psicologici deviati. Del resto, accettare la fine della propria storia amorosa vuol dire, inevitabilmente, ammettere una sconfitta con sé stessi.

 Riconoscere che quella donna o quell’uomo ritenuti unici, si stanno rivelando banali e non adeguati al proprio modo di vivere e di amare la vita, può essere pesante e doloroso da sopportare; inoltre, come spiegare a coloro che fanno parte della propria sfera vitale, che è stata una scelta sbagliata? Come dirlo ai propri cari, senza temerne il giudizio? 

     La sola strada percorribile spesso è quella di sperare che le cose si rimettano a posto. Si spera che le cose possano cambiare e che tutto possa procedere bene, così come si era immaginata la propria vita, nella fase iniziale dell’idillio.

     Si tratta di un’illusione. Una falsa credenza che aiuta malamente a sopravvivere. Un modo per accettare una realtà dolorosa, mistificandone i connotati.Tracciando una linea indefinita di confine tra il vero e il falso. Dove i contorni appaiono sempre più confusi e indistinti. 

     È così che si iniziano ad accettare piccole violenze quotidiane, miseri soprusi, come gli sguardi di disapprovazione, le scenate di gelosia immotivate, i litigi inopportuni per un nonnulla, la costrizione sessuale, gli abusi verbali, le bugie, le umiliazioni, la violenza fisica, l’infedeltà, la prepotenza. Un crescendo di violenze psicologiche e spesso anche fisiche, che non conosce limiti. Giorno dopo giorno, si cominciano a mandar giù piccoli bocconi amari, sempre più forti, e sempre più intollerabili.

Purtroppo, sarà così che lentamente ogni cosa, anche la più sgradevole, col tempo finirà per apparire “familiare” e quindi accettabile e, paradossalmente, anche “naturale”. Giacché è il ripetersi degli eventi che ne determina l’assuefazione e l’accettazione.

Eventi che modificano i propri comportamenti senza neppure avvedersene. Togliendo energie e capacità reattive. Proprio come una piccola dose di veleno che, se presa quotidianamente, produce assuefazione. Non esisteranno confini tra la vittima e il carnefice, uno scambio osmotico come tra cellule di due organismi diversi, che trasmigrano negatività l’una verso l’altra. E, dopo l’ennesimo litigio, durante il quale si subisce ogni sorta di sopraffazione e vessazione, viene “naturale” pensare di poter fare di meglio per migliorare le cose, di non aver fatto ancora abbastanza per “salvare” quella relazione.

Una forma di deliberata ostinazione, come un perseverante accanimento relazionale, per un rapporto che non ha più niente di sano e nessun motivo per esistere. Mentre si fa sempre più spazio nella propria mente il sentimento di “colpa”, che inizia ad alimentare la propria fragilità e il proprio senso di impotenza.

     Ma dove nasce questo sentimento di insufficienza, di scarsa fiducia in sé stessi e di abnegazione all’altro?

     Quando è iniziata questa svalutazione della propria persona, al punto da annullare ogni sentimento dignitoso per sé? Bisogna andare lontano, rileggere le prime pagine della propria storia affettiva, dove sono riportati i momenti di affettuosità, le prime carezze ricevute, il riconoscimento paterno e lo sguardo di contenimento materno, ma anche le prime parole scagliate come pietre e gli sguardi di indifferenza graffiati sulla pelle.

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     È in quei primi gesti di amore e disamore che si strutturano le modalità di amare, di ricevere amore, ma anche di odiare sé stessi e gli altri. È in quei gesti e in quelle attese, che ancora aspettano di essere ascoltati, che si segnano le tracce della propria storia affettiva.

     L’amore è un’arte che si insegna e che va assimilata nel tempo e con continuità. Ed è un’arte che si impara cesellando la propria anima. Quando si cerca nel partner quella “base sicura” che non si è avuta nell’infanzia, quell’impalcatura su cui fondare la propria forza interiore, si predispone l’altro a sostenere un atteggiamento di superiorità emotiva nei propri confronti.

     Il bisogno di essere accettati ed amati, insieme alla necessità di sentirsi indispensabili e unici, sottende a questo bisogno mai completamente soddisfatto, che si cerca di appagare attraverso l’altro.

     In realtà chi non ha amore per sé stesso, non può amare in maniera sana ed equilibrata.

     Amare in modo sano ed equilibrato, vuol dire comprendere che dove c’è sofferenza non c’è mai amore. Questo dovrebbe essere il termometro di ogni relazione affettiva.

     La sofferenza che si vive, spesso è ricondotta ad altro, perché non si vuole ammettere il proprio fallimento nella scelta del partner e allora si cercano le spiegazioni del proprio malessere altrove. Questa negazione non fa che aumentare il problema e allontana ancora di più dalla presa di coscienza della gravità del malessere che si sta vivendo.

      La sofferenza nasce dall’ambiguità di riconoscere che quello che si credeva amore si è rivelata un’illusione, un sogno da cui non si riesce ad uscire, un’illusione a cui non si vuole rinunciare, allora ci si ostina con accanimento patologico a volerci credere, a sperare di raddrizzare ciò che è distorto. 

     Ecco allora che il sentimento si trasforma e diventa ossessione. 

     L’ossessione è il pensiero fisso dell’altro, è un pensare costantemente allo stesso soggetto, un’idea reiterante che riconduce a sé ogni azione. È la trappola! La psicotrappola. 

     Si è dentro, nella trappola affettiva creata da sé stessi. Ed è allora che il contenitore di contraddizioni da cui si è stati avvolti, definisce il bisogno di ritrovare sé stessi. Con la consapevolezza che l’amore è sempre condivisione di emozioni belle e che la felicità è un dovere verso sé stessi. Un dovere che nessuno ha il diritto di ostacolare. 

 

 

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