Chi sono i professionisti della disinformazione? La carta stampata è già virtualmente morta. E lo sa. Al punto che disorienta i lettori per prolungare l’agonia e ritardare un po’ la propria fine. E’ impressionante vedere sui social notizie che farebbero storcere il naso persino ai fan di Chi o di Novella, ma pubblicate, sotto solenni testate, a cominciare dal Corriere della Sera. Ovviamente la gente si incuriosisce, legge e, se anche non ha mai comprato una sola copia dei quotidiani più diffusi in Italia, inorridisce e intasa lo spazio dei lettori con insulti di ogni genere.
Se per caso qualcuno investisse un euro e settanta, somma accettabile, si accorgerebbe che i giornali, sulla vecchia carta, conservano il loro rigore professionale anche se per un numero sempre più esiguo di affezionati.
Chi ha percorso tutta la strada, spesso sognata fin da bambino, per diventare giornalista professionista, ha subìto l’ossessione delle cinque doppie v anglosassoni, metodo obbligato per inquadrare qualsiasi evento con correttezza. Il pivello è stato poi più volte redarguito dal capo-servizio o dal capo-redattore quando un suo scritto lasciava spazi a dubbi o non sembrava essere stato verificato fino in fondo.
Poi ha fatto carriera, ma intanto il pianeta è entrato nell’era digitale, in cui il rapporto fra correttezza e veridicità (verità è una parola grossa) sta cambiando rapidamente. Il fatto è che la regola ferrea ripetuta ai praticanti, “ i fatti, non le opinioni”, è polverizzata dal bisogno irrefrenabile di esprimersi, avvertito soprattutto dai semi-analfabeti, autorevoli dispensatori di opinioni non richieste, men che meno supportate da conoscenze specifiche e, spesso, neanche generiche.
Un tempo gli opinionisti erano Piero Ottone, Gianpaolo Pansa e pochissimi altri. Oggi è normale attribuire o, più spesso, attribuirsi questo appellativo solo per avere partecipato a uno show, foss’anche in anche in una tv di quartiere.
Dunque, chi dovesse spiegare il concetto di giornalismo è disorientato, e non sa proprio che cosa indicare, insegnare, consigliare ai ragazzi, la maggior parte dei quali non sogna più di diventare praticante e, in seguito, professionista. Si dice che nessuna testata assuma più, ma, in realtà, le strade stanno cambiando, così come il mestiere. Ci sono scorciatoie, magari non proprio sicure, che corrono veloci nella direzione che si spera, senza alcuna certezza, sia quella giusta.
Accade però che l’informazione stia diventando voluta disinformazione, e questo processo avvenga a un ritmo tale per cui il lettore inesperto fa sempre più fatica a trovare barlumi di verità in qualsiasi notizia online. Una delle tante trappole, triste e ormai ritrita, sta nei titoli di richiamo a cui non corrisponde nulla del testo che qualcuno si ostina ancora a leggere. Un esempio abusato è il falso necrologio: si spara una “scomparsa” a casa di qualcuno molto noto. “Sinner in lacrime, perdita dolorosa”: la notizia è tutt’altra, anzi, non esiste proprio. Però il richiamo è forte.
Ma la cialtro-informazione non si limita al gossip. Si intreccia con bufale commerciali, politiche, burocratiche, notizie falsissime che portano lontano da qualsiasi brandello di verità. E nessuno si appella alle leggi sulla stampa (sono ancora in vigore? riguardano solo la carta?) e nemmeno all’Ordine dei giornalisti, utile e autorevole come il parlamento europeo, la cui decisione più importante sembra essere quella di legare i tappi delle bottiglie.
“Tragedia Inps, a giugno arriva il megataglio: ecco quanto prendi in meno. Un salasso totale”. Sparare titoli come questo è un vero crimine. Un colpo al cuore per pensionati, anziani non sempre in grado di scoprire, leggendo il testo, la pacchiana bugia che hanno letto. Ci sono poi spedizioni inesistenti, rimborsi di oggetti mai ordinati, messaggi che iniziano con “Re-”, per simulare risposte a domande mai poste. Parola che ricorda Poste, uno dei loghi più contraffatti, insieme con quelli di corrieri, banche, istituti fantasma e baubau di ogni genere.

Una pericolosa commistione avvicina le truffette online alle offerte commerciali spesso irricevibili. Proposte di colloqui assurdi a giovani che necessitano di un lavoro vero, automobili nuove a prezzi da regalo. Nel secondo caso si tratta solo di fishing senza danni diretti, nel primo si tenta di imbrogliare chi ha spesso assoluto bisogno di un’occupazione per vivere.
La dipendenza da smartphone crea, in molti soggetti, giovani in testa, un’assuefazione che rende più credibile il contenuto di messaggi di ogni tipo. Ma, anche se la tecnologia, in questo settore, da anni segna sostanzialmente il passo, perché memoria rom e ram non costituiscono progressi concettuali, l’intelligenza artificiale, ancora un po’ indietro per quanto riguarda l’uso privato, è destinata a essere la vera fonte di pensiero unico, o meglio, pensieri unici, legati ai mastodonti che le producono. Non esistendo la verità assoluta, ci convinceremo che tutte le piccole fatiche del passato sono da abolire: per cui basta con il cambio meccanico per le automobili, con le ricerche sui libri (per carità!) ma anche su banali siti online, non si stampano più i menù con la scusa del vecchio Covid. Non si consegnano gli oggetti a chi si presenta di persona, ma si prenota, si prenota tutto, si vive solo virtualmente, digitalmente.
Ne parla, in stile romanzato-saggistico, la giornalista Antonella Gramigna, nel suo ultimo lavoro “UNPERFECT”, edito da Edizioni WE.
E’un romanzo ambientato durante le elezioni americane in cui “Anne, giornalista disillusa ma tenace e innamorata dell’America, e della sua forte identità, e Mick, analista politico, si occupano di campagne elettorali, e di giornalismo. Il romanzo scorre in dialoghi e confronti per svelare le dinamiche oscure della democrazia moderna: fake news, algoritmi e manipolazioni mediatiche”

MA, TUTTI TRANQUILLI. Mamma AI penserà a noi, facendo felici tutti: i giovani che sognano la nullafacenza dorata, gli anziani che prenderanno ancora di più le distanze dal mondo contemporaneo.
Senza dolore alcuno: in fondo si chiama AI, non ahi!






