Questioni di stile

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Cercando un’introduzione ai concetti che vorrei esprimere a riguardo, mi sono imbattuto in una lunga serie di post più o meno espressi da professionisti della lingua, della moda, dei social, del nulla, e ho fatto fatica a trovare le indicazioni giuste.

Cosa vuole dire avere stile o essere parte di uno stile o, ancora meglio, creare uno stile?

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Lo stile può essere rappresentativo di singoli autori, nella creazione musicale, l’insieme dei caratteri rappresentativi di una corrente artistica, o di moda, rappresentativo nella scultura o nell’antiquariato. Può essere locuzione avverbiale, in grande stile, oppure aggettivale, vecchio stile, in uso assoluto nella critica letteraria, musicale e artistica, qualità superiore dell’opera d’arte, opera che manca o che è ricca di stile.

Questione di stile sta quindi a significare diverse cose a seconda del contesto. Può trattarsi di un’opinione personale piuttosto che una questione oggettiva, può riferirsi a una caratteristica distintiva di una persona, opera o attività.

Avere stile, per me, significa saper esteriorizzare ciò che siamo, dare un carattere al nostro modo di essere. È un modo personale di rappresentare la propria identità. Proprio per questi motivi, la maggior parte delle volte è un’attitudine che si sviluppa nel tempo, crescendo e maturando. All’inizio si tende a conformarsi alla massa, ci si veste tutti uguali, si segue lo stesso cantante, si va negli stessi locali, comportamento totalmente normale perché si è alla ricerca di se stessi e non si hanno ancora molte consapevolezze.

Da adulti invece, si può fare affidamento sulle nostre esperienze vissute, sul nostro bagaglio culturale, la nostra sensibilità, tanto da riuscire ad consapevolizzare ed esteriorizzare uno stile personale. Riuscire a comunicare la propria identità personale.

Avere stile significa essere indipendenti ed avere il coraggio di fare le proprie scelte, ma che non si ottiene in poche ore. Per avere stile serve consapevolezza e sincerità, disciplina e savoir-faire.

Ma perché vi sto tediando così a lungo con discorsi quasi accademici? Non fateci caso, è forse il mio stile.

Voglio portarvi a riflettere, in tal senso, su un aspetto della danza in questo ultimo decennio, più o meno. I giovani, giovanissimi, hanno qualità motorie e di flessibilità molto sviluppate e fondono la danza sempre più con elementi acrobatici di grande effetto. Il floor work e la tecnica flying low, si sono evoluti in esercizi oramai sempre più complessi che solo alcuni sanno eseguire e si insegnano in palestre attrezzate con tappeti assorbenti ed elementi facilitanti, come per la ginnastica artistica o il parcour.

Personalmente questo aspetto mi piace molto e devo dire che alcuni coreografi hanno iniziato ad inserire questi aspetti in spettacoli complessi e artisticamente validi, ma non sempre il fine giustifica … il passaggio.

Oggi è sempre più difficile trovare delle lezioni di danza per professionisti in cui si continui a studiare una tecnica o nelle quali i danzatori trovano un insegnante che possa scambiare con loro consigli e suggerimenti. Oggi, si va a studiare uno stile! 

Beh, si! Scusate il tono colloquiale, ma trovo ben diverso andare a studiare danza da studiare uno stile. La danza segue delle tecniche: in danza classica si può studiare Cecchetti, Vaganova, la tecnica Francese, le scuole americane dell’ABT o del SAB…  in contemporaneo Graham, Nikolais, Cunningham, Limon e così via. Esiste la tecnica Release, il Floor work, Flying Low, la Contact Improvisation e altre che non sto ad elencare nella danza Jazz, nel Tip Tap etc. etc.

E noi che facciamo? Andiamo a studiare lo stile di quel coreografo, spesso giovanissimo, perché ci potrebbe dare un lavoro. Lo stile di quel ragazzo/a uscito da una trasmissione televisiva perché può darmi dei contatti, lo stile di quell’altro nome conosciuto perché fare delle foto o video alle sue lezioni mi può dare dei follower.

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Si, scusatemi ancora una volta, ma un medico dopo aver iniziato ad esercitare, si aggiorna quotidianamente sulla sua professione, così fa un avvocato, un commercialista, un ingegnere e i danzatori? I danzatori giovani, visto che non trovano la loro strada, si inventano il loro stile e insegnano quello. Diventano coreografi e quello fanno scopiazzando più o meno a destra e a manca, presentando ai concorsi sempre la stessa coreografia e lo stesso stile.

Anche in un’ultima occasione, parlando, un collega mi espone che lui fa uno stile, e i danzatori che sceglie fanno stile, e forse anche di più perché vuole più consapevolezza. Lo capisco, lo ammetto, il mondo in verticale del tik tok e Instagram, ha bisogno di storie e di quelle abbiamo bisogno noi per confrontarsi, ma come dicevamo, per creare uno stile, il proprio stile, ci vuole esperienza, consapevolezza, sincerità, disciplina. Per me coreografi che hanno creato ed hanno uno stile sono Bejart, Jiří Kylián, Balanchine, Bob Fosse, e potete citarne ancora tanti altri, ma come dico sempre ai ballerini che domani saranno in sala prove con me, per costruire un grattacielo ci vogliono fondamenta molto profonde e stabili.

Non credo che inseguire uno stile sia la strada giusta per seguire, sviluppare, fruire di un arte coreutica così complessa. Capisco che oggi sia difficile, non c’è molto lavoro, i soldi e le lezioni scarseggiano ma bisogna avere fiducia e disciplina. Solo il lavoro premia e adulti si diventa unicamente dopo aver passato l’adolescenza.

Per terminare, con stile, il mio pensiero, inserisco le parole del figlio di Audrey Hepburn sullo stile della madre: 

  …è l’irradiazione di una bellezza interiore fondata su una vita di disciplina, sul rispetto degli altri e sulla fiducia nell’umanità ….non seguiva le mode, non si reinventava ad ogni stagione….amava la moda, ma la considerava solo un mezzo per migliorare il proprio aspetto“.

 

 

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