Abitzai Project, quando lo spazio è ricerca e il design diventa dialogo

Abitzai Project Piano terra 0 @Lorenzo Pasquini 1

Nel quartiere Prati, a pochi passi da Piazza Cavour, Abitzai Project si inserisce nel tessuto romano come uno spazio di ricerca piuttosto che di rappresentazione. Inaugurato lo scorso 13 novembre, il progetto nasce con l’intento di indagare il rapporto tra materia, luce e identità mediterranea, offrendo un luogo di confronto per architetti, designer e progettisti.

Ne parliamo con Claudia Mazohl, fondatrice di Abitzai e ideatrice dello spazio.

Abitzai Project apre a Roma, ma il suo immaginario sembra guardare altrove. Perché proprio qui?

Roma è una città che contiene molte città. È stratificata, complessa, a volte contraddittoria, ed è proprio questo che la rende fertile. Abitzai Project non nasce per mimetizzarsi, ma per dialogare con questo contesto. Il Mediterraneo, per me, non è un riferimento geografico o stilistico: è un modo di pensare lo spazio, la luce, il tempo. Roma è uno dei luoghi in cui questa dimensione è ancora leggibile.

Nel progetto ritorna spesso il tema dell’identità. Che significato assume oggi nel design contemporaneo?

L’identità non è una formula estetica, né qualcosa di immobile. È un processo, fatto di scelte, di responsabilità e di memoria. Credo che il design oggi debba interrogarsi su ciò che lo rende autentico, e questo passa necessariamente dal rapporto con il territorio, con i materiali, con il modo in cui le cose vengono fatte. Non si tratta di nostalgia, ma di consapevolezza.

Lo spazio è pensato come un percorso più che come uno showroom tradizionale. Qual era l’obiettivo?

Volevamo evitare un’esperienza puramente espositiva. Abitzai Project è strutturato come un ambiente da attraversare, dove le relazioni tra materiali, superfici e luce cambiano continuamente. Il piano terra è più aperto, in dialogo con la città; il livello interrato è più introspettivo, pensato per l’incontro, la ricerca, la conversazione. È uno spazio che invita a fermarsi, non solo a guardare.

All’interno convivono diverse realtà del design italiano. Che tipo di dialogo si è creato?

Non c’è un’idea di vetrina o di rappresentanza. I brand presenti che sono , gli arredi di Plinio il Giovane, i tessuti di Dino Zoli Textile, il legno di Listone Giordano, le luci di Sforzin Illuminazione, i miscelatori di Fima – Carlo Frattini e i tappeti di Maria Antonia Urru si incontrano in un percorso sensoriale unico. e condividono un approccio culturale prima ancora che produttivo: attenzione alla materia, al tempo, alla sostenibilità, alla qualità del progetto. Ognuno porta un linguaggio diverso, ma il dialogo avviene proprio in queste differenze. La collaborazione, per me, è un metodo di lavoro, non un risultato.

La materia sembra essere il vero filo conduttore del progetto. Perché è così centrale?

Perché la materia non mente. Porta con sé un’origine, un processo, un gesto. In Abitzai Project la materia non è mai decorativa, ma sempre narrativa. Che si tratti di ceramica, legno, tessuto o luce, ciò che ci interessa è il modo in cui questi elementi costruiscono un’esperienza sensibile dello spazio. È lì che il progetto diventa reale.

Abitzai nasce in Sardegna e lavora con il gres porcellanato prodotto a chilometro zero. Come si riflette questa origine nello spazio romano?

Abitzai è profondamente legato alla Sardegna e al Mediterraneo, non come immagine, ma come cultura materiale. Il nome stesso deriva da un termine antico che significa “mantenere acceso, seminare”. Portare Abitzai a Roma significa continuare questa ricerca in un altro contesto, senza perdere il legame con l’origine. Le collezioni non seguono le mode, ma cercano una continuità nel tempo.

Che ruolo immagini per Abitzai Project nel panorama culturale della città?

Mi piacerebbe che fosse percepito come un luogo aperto, dove il design torna a essere uno strumento di pensiero. Un luogo in cui si costruiscono relazioni, si condividono visioni e si mettono in discussione i linguaggi consolidati. Più che offrire risposte, Abitzai Project vuole creare le condizioni per fare buone domande.

In una frase: cos’è oggi Abitzai Project?

È uno spazio in cui il progetto torna a essere un atto culturale, prima ancora che formale.

Abitzai Project non cerca di imporsi, ma di restare. Di costruire senso, tempo e relazioni, lasciando che siano la materia e la luce a raccontare ciò che dura. Non è uno showroom, ma un dispositivo culturale: un luogo in cui il progetto torna a interrogare il presente, senza cedere alla retorica della forma.

Autore
Data
Rubrica
Condividi
Articoli correlati all’argomento