Amaracmand: nel Montefeltro una cantina biologica senza solfiti nasce da una nevicata, attraversa un confine storico e fa dell’imperfezione una scelta.
Ci sono momenti in cui non stai semplicemente iniziando qualcosa.
Stai chiudendo per sempre un’altra possibilità.
L’inverno del 2012 fu uno di quei momenti.
In Romagna e nel Montefeltro la neve cadde come non accadeva da decenni. A Villagrande di Montecopiolo, a mille metri d’altitudine, superarono i quattro metri. Una settimana isolati dal mondo. Strade scomparse, tempo sospeso, silenzio compatto.
È in queste condizioni che le scelte smettono di essere teoriche.
È l’imperfezione che crea lo stile
Amaracmand ne è convinta.
Tra imperfezione e difetto c’è una differenza sostanziale: la prima rende un vino unico, il secondo non è ammesso.
Non garantiamo ogni anno lo stesso colore, la stessa intensità, lo stesso risultato.
Le caratteristiche dei nostri vini dipendono dal clima, dalla vendemmia, dalla stagione.Non garantiamo l’assenza di sedimenti sul fondo della bottiglia.
Preferiamo un deposito naturale all’uso di prodotti chimici per evitarlo.Garantiamo invece l’assenza di solfiti aggiunti e di allergeni.
Su questo non scendiamo a compromessi.
Chiudi gli occhi, assaggia.
Se immagini un mondo migliore, è perché credi che la terra sia un dono.
A Sorrivoli, poco distante, la neve coprì anche una vecchia osteria. Un luogo fuori dal tempo, abitato da nonni, partite a carte, racconti di guerra e di gioventù. Un archivio umano fatto di memoria orale, di lentezza, di radici.
È lì che avviene un incontro destinato a diventare fondante: quello con Tiziana. Oggi moglie di Marco, allora inizio inconsapevole di un’avventura condivisa.
Autenticità. Rispetto della natura. Cura delle persone e del territorio. Bellezza.
È un atto d’amore verso le proprie radici e la propria terra, l’avventura di Amaracmand, iniziata con Tiziana Matteucci e il marito Marco Vianello nel 2012, creata a inizi anni Ottanta a Sorrivoli di Roncofreddo (Fc), e poi condivisa da subito con il cugino Damiano Vianello.
La loro storia racconta che quando la primavera sciolse quella nevicata storica, arrivò anche una notizia che cambiò tutto.
La cantina vitivinicola La Centenara, attiva dal 1985 e già biologica, era in gravissime difficoltà. I debiti del proprietario, aggravati dai danni dell’inverno, avevano spinto le banche a mettere all’asta tutto. Compresa la sua casa.
La proposta fu semplice, e proprio per questo radicale: acquistare la cantina per permettere al proprietario di salvare la propria abitazione.
Accettò.
Così nacque Amaracmand.
Un nome che non nasce da una strategia, ma da una voce.
Era l’espressione che la nonna pronunciava ogni volta che il nipote usciva di casa:
“Amaracmaaaand, fa e breeev”: Mi raccomando, fai il bravo.
Oggi quella frase è diventata una promessa.
All’inizio c’erano poco più di sei ettari di vigneto e una cantina che somigliava più a un rifugio di fortuna che a un luogo di vinificazione. Insieme allo zio e al cugino, con mani sporche e una passione ancora informe, si iniziò a recuperare ciò che era possibile: vigneti, strutture minime, dignità del lavoro.
Sei anni di apprendistato vero.
Poi una perdita: la morte dello zio.
E una decisione che non ammetteva ritorno: continuare, per rispetto, per memoria, per coerenza.
L’esperienza cresceva, così come la consapevolezza che non bastava “fare vino”. Servivano persone capaci di condividere una visione. Arrivarono un enologo e un agronomo scelti non per curriculum, ma per affinità profonda.
Nulla accade mai per caso.
Un giorno, lungo la strada di casa, un cartello: vendesi.
Dietro, una selva di rovi. Ma anche un’intuizione chiara. Bonificato, quel terreno avrebbe potuto ospitare nuovi vigneti e una nuova cantina. L’acquisto andò a buon fine: altri sette-otto ettari incontaminati, ideali per una vinificazione naturale coerente con lo spirito originario.
Il progetto della nuova cantina venne affidato all’architetto Fiorenzo Valbonesi. Nello stesso periodo entrarono nel progetto l’enologo Maurilio Chioccia e il prof. Paliotti dell’Università di Perugia. Una squadra consapevole che stava per spingersi oltre il consueto.
La cantina è stata pensata per non imporsi.
Invisibile nel paesaggio, assorbita dalla collina, rispettosa delle sue linee. Dentro, però, la tecnologia è d’avanguardia e risponde a un’unica esigenza: lavorare senza solfiti senza chiedere indulgenze.
L’aria stessa viene trattata come materia sensibile. I purificatori AEROCIDE, tecnologia brevettata dalla NASA, eliminano muffe e batteri senza l’uso di sostanze chimiche. Perché qui non si corregge dopo. Qui si previene.
“Dobbiamo lavorare come in una sala operatoria,” disse l’enologo al primo incontro.
“Peggio,” fu la risposta, “siamo senza solfiti.”
“Allora siamo in terapia intensiva.”
Non è una metafora. È un protocollo.
Ordine assoluto, pulizia maniacale, controllo continuo. Tutto l’anno. Perché un vino senza solfiti o è perfetto, o non è.
L’energia è in gran parte autoprodotta grazie ai pannelli fotovoltaici. La domotica consente il controllo remoto di vinificatori, temperature e sistemi di areazione, riducendo i consumi al minimo necessario.
Ma la sostenibilità di Amaracmand non si ferma alle pareti della cantina.
I fossi di guardia vengono puliti regolarmente per prevenire allagamenti. Le strade rurali vengono mantenute transitabili anche quando non sarebbe un obbligo. I raspi delle uve vengono riutilizzati per consolidare i terreni e favorire l’inerbimento; vinacce e fecce diventano compost. Le acque piovane vengono raccolte, quelle di cantina depurate tramite fitodepurazione e riutilizzate.
Le fasce boschive vengono curate come barriere vive contro incendi, dissesti e fitopatologie. Lo sfalcio alterna tutela del suolo e zone lasciate alla crescita spontanea di essenze utili all’impollinazione: sulla, iperico, equiseto, tarassaco.
Il vigneto è osservato, misurato, ascoltato. Stazioni meteo, pluviometri, fitotrappole. I trattamenti si fanno solo quando servono davvero. Per proteggere la terra, l’acqua, gli insetti utili. Coccinelle, libellule, equilibrio.
E poi c’è la denominazione.
IGT Rubicone.
Un fiume piccolo, ma un confine enorme.
Qui Giulio Cesare pronunciò “Iacta alea est”, attraversando un limite che non consentiva ritorno. Da allora “passare il Rubicone” significa scegliere. Esporsi. Cambiare epoca.
Amaracmand ha scelto questo nome perché racconta esattamente ciò che è.
Un taglio netto con un’agricoltura che consuma futuro.
Un gesto irrevocabile verso un modo diverso di produrre, vivere, lavorare.
I rossi: Perimea e Imperfetto.
I bianchi: Libunio e Madame Titì.
Vini che non cercano consenso.
Vini che non addolciscono il carattere.
Vini che esistono perché qualcuno, a un certo punto, ha deciso di non tornare indietro.
Forse è questo, oggi, il vero significato di Amaracmand.
Fare il bravo, sì.
Ma con la terra. E con chi verrà dopo.
















