Ammar Alhasan: quando Bahrain e Italia si incontrano a tavola
Da una carriera nel mondo corporate alla cucina professionale, Ammar Alhasan ha scelto di trasformare una passione profonda in un linguaggio universale.
Con il progetto La Burccia, lo chef racconta l’incontro tra due culture apparentemente lontane ma unite da valori comuni: famiglia, tradizione, ospitalità e rispetto per la materia prima.
Vi presento Ammar Alhasan
Il suo percorso verso la cucina non è stato tradizionale. Come è iniziato tutto?
Il mio viaggio per diventare chef è stato tutt’altro che lineare. Prima di entrare in una cucina professionale, ho trascorso più di dieci anni nel mondo aziendale, occupandomi di business development, operations, finanza e ruoli di leadership. Era una carriera solida, di successo sotto molti punti di vista. Eppure sentivo che mancava qualcosa.
Quando ha capito che quel “qualcosa” era il cibo?
Il cibo è sempre stato una presenza costante nella mia vita. Sono cresciuto in Bahrain e alcuni dei miei ricordi più forti sono legati alla tavola. Il cibo non era mai solo nutrimento: era famiglia, cultura, ospitalità, racconto. Ogni piatto aveva una storia, ogni spezia un significato, ogni incontro ruotava attorno alla condivisione di un pasto. Credo che quel seme sia rimasto dentro di me per anni, fino a quando ho avuto il coraggio di ascoltarlo davvero.
Lasciare il mondo corporate per iscriversi a una scuola di cucina è stata una scelta rischiosa?
Per molti sì. Per me è stata una scelta necessaria. Ho lasciato una strada sicura per entrare in un territorio sconosciuto, ma in realtà mi sembrava di tornare a casa. Per la prima volta, la mia professione coincideva con la mia passione.
Che cosa rappresenta per lei la cucina oggi?
La cucina è un ponte tra culture. Più viaggiavo, studiavo e cucinavo, più mi rendevo conto che spesso ci concentriamo su ciò che rende le cucine diverse, dimenticando ciò che le unisce. Il cibo ha questa forza straordinaria: racconta identità, ma allo stesso tempo crea connessioni.
Da questa visione nasce La Burccia. Che cos’è esattamente?
La Burccia nasce da una domanda semplice: cosa accadrebbe se la cucina bahreinita e quella italiana si sedessero allo stesso tavolo e iniziassero a dialogare? Non volevo creare una fusione forzata o qualcosa di nuovo solo per stupire. Volevo trovare un terreno comune tra due culture che danno enorme valore alla famiglia, alla tradizione, all’artigianalità e all’ospitalità.
Dove ha trovato le somiglianze più forti tra Bahrain e Italia?
In entrambe le cucine c’è un profondo rispetto per gli ingredienti semplici. Entrambe custodiscono ricette tramandate di generazione in generazione. Ed entrambe sanno che i piatti più memorabili non nascono necessariamente dalla complessità, ma dalla pazienza, dalla tecnica e dal rispetto della tradizione.
Lei parla di “traduzione culinaria” più che di fusion. Che cosa intende?
La fusion spesso rischia di mettere insieme ingredienti solo per creare novità. Io volevo fare qualcosa di diverso: tradurre storie bahreinite attraverso il linguaggio culinario italiano. Per esempio, la Bacha bahreinita è diventata un piatto ricco di pappardelle. Sapori tradizionali hanno trovato una nuova forma attraverso tecniche italiane. Ingredienti familiari sono stati presentati in modo nuovo, ma riconoscibile.
Quindi l’obiettivo non è italianizzare la cucina bahreinita?
Esatto. Non voglio rendere il cibo bahreinita italiano, né il cibo italiano bahreinita. Voglio creare una conversazione tra i due mondi. Una cucina che non cancelli le identità, ma le faccia parlare.
Che cosa la ispira maggiormente della cucina italiana?
L’Italia mi ha sempre ispirato perché dimostra quanto possa essere potente la semplicità. Pochi ingredienti eccellenti, trattati con rispetto, possono creare qualcosa di straordinario. Anche la cucina bahreinita condivide questa filosofia, pur avendo ingredienti, profumi e tradizioni differenti.
La Burccia è quindi anche un progetto identitario?
Sì, assolutamente. È un omaggio alle mie radici bahreinite e, allo stesso tempo, una lettera d’amore alla cultura gastronomica italiana. È il mio modo di celebrare entrambi i mondi.
Qual è oggi la sua missione come chef?
Raccontare storie attraverso il cibo. Che io stia servendo un bao bun premiato, insegnando la cucina tradizionale bahreinita o creando una nuova esperienza gastronomica, desidero che ogni piatto abbia un significato. Non deve essere solo buono: deve comunicare qualcosa.
Che cosa vorrebbe restasse agli ospiti dopo una sua esperienza culinaria?
Vorrei che restasse una memoria. Perché il cibo, nel suo cuore più profondo, è un linguaggio universale. Connette le persone, custodisce la cultura e crea ricordi che durano molto oltre la fine del pasto.
In fondo, che cosa dimostra La Burccia?
Dimostra che anche due cucine separate da migliaia di chilometri possono trovare una lingua comune. E quella lingua, spesso, nasce proprio a tavola.




