Arte senza gesto umano: la sfida dei robot a Pietrasanta

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A Pietrasanta, tra i laboratori di marmo e i bracci robotici di ultima generazione, si apre un dibattito che non è solo tecnico, ma filosofico: può esistere arte senza il gesto umano?

Prendo spunto da un intervento molto riflessivo di Giacomo Castagnini, autore di un articolo pubblicato di recente su The Art Chronicles, ed alla stampa locale, che hanno acceso la discussione:

Chi scolpisce oggi? L’uomo o il codice?”

Human Connections“, promosso dallo scultore Filippo Tincolini, e dal Comune di Pietrasanta, ha messo in luce la questione.

tincolini sito

Artisti, artigiani e tecnologi si sono confrontati su un interrogativo che ha smesso da tempo di essere solo tecnico: quando un’opera realizzata da un braccio robotico può ancora dirsi arte?

Il critico d’arte Castagnini, nel suo articolo, parla di “metamorfosi silenziosa” a Pietrasanta.

È una rivoluzione, si, perché cambia il cuore del fare artistico: il gesto. Ed è inevitabile perché la tecnologia avanza, e il mondo dell’arte, come ogni altro mondo professionale o artistico, non può esserne immune. Ma ogni passaggio porta con sé una perdita, e la posta in gioco è alta: si rischia di perdere il dialogo tra mano e materia.

Stiamo assistendo, indubbiamente a tutto tondo, e non solo nel campo dell’arte, ad una trasformazione profonda. Non è solo l’ingresso di nuove tecnologie nei laboratori: è in atto un cambio di paradigma. Il gesto umano, pieno di errori e intuizioni, sta lasciando spazio a processi automatizzati. E con lui rischia di sparire anche il senso più profondo del –fare arte-.

Come lo è del resto lo scrivere, o fare giornalismo sfruttando l’AI. Dove andrà a finire il processo cognitivo e di elaborazione del giornalista se affidiamo ogni cosa ad un sistema che, per quanto preciso e complesso, è dis-umano?

Tornando al campo dell’arte, la riflessione da fare a questo punto è: Arte o Prodotto?

Un braccio robotico può replicare l’opera. Indubbiamente si. Riesce a fare ben altro, figuriamoci costruire un prodotto programmando la macchina. Ma non è questo il punto, bensì altro: essa può creare?

Può copiare, perfezionare, ripetere. Ma non può interpretare. L’arte nasce da un’intenzione, da un conflitto, da una emozione, da una scelta che implica anche il rischio. La macchina non rischia, non sbaglia, non ascolta. È efficiente, ma muta.

E senza ascolto, senza dialogo con la materia, non può esserci creazione autentica.

Serve una critica che non giudichi per gusto, ma per senso.” come non essere d’accordo?!

Cito Kant, Platone, Duchamp (1887–1968) che di filosofia si è nutrito, parla di arte che ha abbandonato l’immediatezza sensibile per farsi concetto. “Fountain” (1917), il famoso orinatoio capovolto ed esposto come un’opera, non rappresenta, ma interroga. La scultura robotica rischia di invertire la rotta: dalla domanda al prodotto.

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Perché è importante portare la filosofia dentro il laboratorio? Perché la filosofia ci ricorda che l’arte non è solo piacere estetico. È conoscenza, è interrogazione del reale. Duchamp ci ha insegnato che l’arte non è ciò che rappresenta, ma ciò che domanda. Se oggi torniamo a un’arte perfetta ma muta, stiamo regredendo.

La macchina rischia di riportarci all’oggetto, saltando la domanda. A Pietrasanta si propone una “via di mezzo”: la macchina scolpisce, l’uomo rifinisce. È una soluzione? È un compromesso utile, sicuramente si, ma non basta. La rifinitura non è creazione. E’certamente necessaria ed è volta a dare l’estrema bellezza all’opera realizzata, ma se l’essenza dell’opera viene delegata al codice, rischiamo di perdere il senso dell’arte come esperienza umana. Il gesto non si simula. È lì che nasce la relazione tra artista e materia.

Ma l’arte non è solo forma: è intenzione, errore, rischio. La macchina non conosce esitazione, e proprio lì — nell’esitazione — spesso nasce l’opera autentica.

L’intelligenza artificiale lavora sulla somma delle possibilità, l’uomo sceglie una sola strada, sbagliando. Ed è quello “sbaglio” a renderlo artista. Lo sbaglio della mano artigiana. L’errore umano. La bellezza della imperfezione.

Perchè l’artigiano, che oggi soffre, perchè si sente soppiantato dalle macchine e dalle new tecnology, non è stato e non è ancora oggi solo un esecutore: è un custode di sapere, di errori tramandati, di imperfezioni significative.

Il rischio è che il “saper fare” venga rimpiazzato da un “saper programmare” disincarnato. Il gesto contiene una memoria, un’etica. Senza il gesto, anche l’opera perde la sua umanità.

Nel finale del suo pezzo il critico, immagina Pietrasanta nel 2050 come una città-museo governata dagli algoritmi. Ma lascia uno spiraglio… Ed è questo spiraglio che diventa breccia e poi varco. Si, perchè la storia dell’arte è fatta di imprevisti. Anche nel dominio della tecnica, qualcuno tornerà al gesto, al frammento, allo scarto. Perché è lì che l’arte si riaccende. Dove c’è imperfezione, c’è vita. E dove c’è vita, c’è ancora spazio per il senso.

In conclusione, cosa rende oggi un’opera davvero “necessaria”? Mi verrebbe da rispondere che è la sua capacità di esporci. Di metterci in crisi. Un’opera è necessaria quando ci disarma, quando ci chiede di guardare l’invisibile nel visibile. Tutto il resto — che sia fatto da mano o da macchina — è decorazione. Non Arte. Un’opera non deve essere solo bella o ben fatta, ma deve costringerci a guardare qualcosa che non sapevamo di vedere. Un’opera è necessaria quando ci espone alla nostra fragilità.

Tutto il resto è oggetto. O decorazione. Anche se ben programmato. E non più con la firma dell’artista, ma dell’algoritmo. In effetti, a ben vedere, è lui il vero artista. O no?

 

Credits:

https://www.comune.pietrasanta.lu.it/index.php/it/news/139229/a-pietrasanta-arrivano-le-human-connections-di-tincolini

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