L’ultimo libro di Daniele Capezzone, “Trumpisti o muskisti, comunque “fascisti” (Piemme, 2025), ha il merito di dire ciò che molti pensano ma pochi osano pronunciare: la parola “fascismo” è diventata una clava ideologica, usata come insulto universale contro chiunque osi deviare dalla linea del pensiero dominante.
Oggi basta citare Musk, apprezzare Milei o anche solo non demonizzare Trump per essere automaticamente bollati come “fascisti”. Non importa cosa si pensi davvero, non importa cosa si faccia: conta solo lo stigma. È il marchio dell’eresia contemporanea, appiccicato addosso a chiunque non reciti il catechismo woke.
Capezzone non scrive un panegirico dei leader più controversi del nostro tempo. Non li santifica, anzi ne riconosce difetti, ambiguità e limiti. Ma mette a nudo il paradosso: non sono loro il bersaglio vero. I
l bersaglio è la libertà di pensiero. È il diritto di dissentire. È la possibilità stessa di dire: “Non la vedo come voi”.
Ed è qui che il suo libro colpisce nel segno. Perché la nuova inquisizione non combatte il fascismo reale – quello è storia, e tragica – ma costruisce un fantasma comodo, da agitare contro chiunque non si pieghi. Così l’antifascismo, svuotato di senso, diventa l’alibi perfetto dell’intolleranza.
Il caso più estremo, purtroppo, è già realtà: l’assassinio del giovane leader conservatore Charlie Kirk, avvenuto negli Stati Uniti pochi giorni dopo l’uscita del libro. Un evento che rende drammaticamente attuale l’allarme di Capezzone. Perché quando un sondaggio mostra che metà dell’elettorato progressista considera “giustificabile” eliminare Trump o Musk, il dibattito democratico è già stato sostituito dal fanatismo.
La lezione è chiara: se tutto diventa fascismo, allora nulla lo è più davvero. E mentre si gioca con le parole, si rischia di legittimare la violenza.
Capezzone non propone di innamorarsi di Trump o di idolatrare Musk. Propone di ragionare, di rifiutare le semplificazioni tossiche, di difendere il pluralismo. In un’epoca in cui i media vivono di polarizzazione e i social alimentano tribunali permanenti, il suo è un atto di coraggio.
Si può non condividere ogni sua posizione. Si può persino detestare i personaggi citati nel libro. Ma una cosa è certa: chi ama la democrazia non può tollerare che la libertà di parola venga ridotta a reato morale.
Il vero scandalo non è Trump. Non è Musk. È la trasformazione dell’antifascismo in caricatura: da battaglia contro una dittatura reale a etichetta passepartout, buona per zittire chiunque. È l’isteria che scambia il dissenso per eresia.
E quando metà dell’elettorato progressista americano dice che l’omicidio politico “può essere giustificato”, non siamo più nel campo della retorica. Siamo già nella follia.
In fondo, Trumpisti o muskisti non è un libro “di destra”. È un libro per chi non accetta di essere zittito con un insulto. Ed è per questo che disturba: perché costringe a scegliere se vogliamo vivere in un Paese di opinioni diverse, o in una chiesa dove un’unica verità viene imposta per decreto morale.
Capezzone lancia un avvertimento semplice: se tutto è fascismo, nulla lo è più. E il vero pericolo diventa la censura travestita da virtù.
Non c’è bisogno di amare Trump o idolatrare Musk per capirlo. Basta amare la libertà.




