Chi tradisce ha spesso lo stesso tratto?

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Tradimento. Non è l’attrazione per un’altra persona, né la semplice insoddisfazione. A ricorrere con maggiore frequenza è una disposizione più sottile: la convinzione che, per il proprio desiderio, possa essere ammessa un’eccezione.

È notte. Sul tavolo di una cucina, lo schermo di un telefono si accende per pochi secondi. Appare una frase interrotta, forse un nome nascosto dietro una sigla, certamente un orario che susciterebbe domande. Nella stanza accanto qualcuno dorme con la serenità di chi crede di conoscere la propria vita. L’altro osserva quella luce, cancella il messaggio e torna a letto.

Forse l’incontro non è ancora avvenuto. Forse tutto si trova ancora in quella zona ambigua in cui ogni gesto può essere minimizzato: sono soltanto parole, non c’è stato alcun contatto, posso fermarmi quando voglio. Eppure il confine più importante potrebbe essere già stato oltrepassato. Non nel momento del contatto fisico, ma quando uno dei due ha stabilito che le regole condivise potessero continuare a valere per la coppia senza dover necessariamente valere anche per sé.

La scienza non ha individuato un identikit universale di chi tradisce. Non esiste un tratto capace di prevedere con certezza un comportamento tanto complesso, né un singolo meccanismo biologico che possa spiegarlo. Una revisione sistematica pubblicata nel 2019 da Arezoo Haseli e colleghi ha esaminato 82 studi quantitativi, mostrando come l’infedeltà sia associata a una combinazione di fattori individuali, relazionali, sociali e culturali.

Le variabili riguardanti il rapporto e l’interazione fra i partner risultavano, nel complesso, più costantemente associate al fenomeno rispetto a molte caratteristiche personali considerate isolatamente.

Non è dunque scientificamente corretto affermare che chiunque sia infedele possieda la medesima personalità. Se però si osservano i percorsi psicologici che rendono possibile la violazione di un patto, emerge spesso una disposizione precisa: il senso di diritto, definito nella letteratura anglosassone entitlement.

È la tendenza a ritenere che i propri bisogni meritino una deroga, che la frustrazione attenui la responsabilità e che una necessità soggettiva possa prevalere sull’accordo costruito con l’altro. Questo atteggiamento non coincide necessariamente con un disturbo narcisistico di personalità. Trasformare ogni infedele in un “narcisista” sarebbe clinicamente improprio. Una diagnosi richiede criteri specifici, una valutazione accurata e un funzionamento problematico esteso a più ambiti della vita. È invece possibile che una persona, pur non presentando una struttura patologica, manifesti modalità egocentriche o autoindulgenti nella sfera affettiva e sessuale.

Nel 2014 gli psicologi James K. McNulty e Laura Widman hanno pubblicato due studi longitudinali condotti complessivamente su 123 coppie sposate da poco. La loro ricerca ha esaminato il cosiddetto narcisismo sessuale, un costrutto che comprende quattro componenti: sfruttamento del partner, percezione grandiosa delle proprie capacità erotiche, senso di diritto sessuale e ridotta empatia in quell’ambito.

Livelli più elevati del costrutto complessivo erano associati a una maggiore probabilità di rapporti extraconiugali, anche considerando la soddisfazione matrimoniale, l’appagamento sessuale e il narcisismo generale. Gli autori non sostennero che una singola caratteristica fosse presente in ogni caso; mostrarono, piuttosto, che il modo in cui una persona concepisce i propri privilegi nella dimensione erotica può essere più informativo di una generica etichetta caratteriale.

Il punto decisivo, quindi, non è provare attrazione. È il permesso interiore che consente di trasformarla in una condotta segreta.

Prima del gesto compare spesso una narrazione capace di renderlo tollerabile: “Non sta accadendo nulla”; “Dopo quello che ho sopportato, me lo merito”; “Il mio partner non mi vede più”; “Se non lo scoprirà, non soffrirà”; “Ho diritto a qualcosa che mi faccia sentire vivo”.

Sono formule diverse, ma assolvono la medesima funzione: ridurre il conflitto tra l’immagine morale che l’individuo conserva di sé e la slealtà delle proprie azioni. Riconoscere di ingannare qualcuno che si fida di noi è psicologicamente più doloroso che reinterpretare la trasgressione come conseguenza inevitabile di una mancanza subita.

In uno studio pubblicato nel 2018, Benjamin Warach, Lawrence Josephs e Bernard S. Gorman hanno utilizzato un modello statistico per analizzare le relazioni tra attaccamento insicuro, narcisismo sessuale, psicopatia primaria, precedenti esperienze di tradimento e attribuzioni autoassolutorie.

Fra i percorsi emersi, la giustificazione di un’infedeltà concepita come ritorsione svolgeva un ruolo di mediazione tra alcune caratteristiche psicologiche e il comportamento extracoppia. Il lavoro non dimostra che tutti seguano la stessa traiettoria, ma conferma la rilevanza dell’autoassoluzione nel rendere accettabile ciò che, osservato dall’esterno, apparirebbe contrario agli impegni assunti.

Anche l’empatia può rimanere presente senza riuscire a proteggere il legame. Alcuni comprendono perfettamente che il compagno o la compagna soffrirebbe; ne conoscono le vulnerabilità e prevedono le conseguenze della scoperta. Ciò che viene momentaneamente allontanato è il coinvolgimento emotivo in quel dolore.

La sofferenza altrui viene confinata in un futuro incerto: se non saprà, non accadrà; se accadrà, sarà possibile affrontarla più avanti.

Nascono così due realtà parallele. Da una parte restano la casa, la storia comune, le abitudini e gli affetti; dall’altra si apre uno spazio sottratto alla reciprocità, nel quale sembrano valere norme differenti. Questa separazione consente di essere premurosi al mattino e disonesti nel pomeriggio, di progettare una vacanza mentre si protegge una conversazione clandestina, di provare un affetto autentico e agire, nello stesso tempo, in maniera profondamente lesiva.

È proprio tale contraddizione a disorientare chi scopre l’inganno. La domanda più tormentosa diventa: quale delle due versioni era vera? La risposta può essere difficile da accettare: nella mente di chi aveva accuratamente diviso i due mondi, entrambe potevano apparire sincere.

La qualità del legame conta. Nel 2022 Laura M. Vowels, Matthew J. Vowels e Kristen P. Mark hanno applicato tecniche di apprendimento automatico ai dati di 1.295 partecipanti. Tra i fattori più informativi nel prevedere forme di infedeltà online e in presenza figuravano soddisfazione relazionale, amore, desiderio e durata del rapporto. I risultati non dimostrano che una crisi conduca inevitabilmente alla slealtà; indicano, piuttosto, che le dinamiche della coppia hanno un peso rilevante e non possono essere escluse dall’analisi.

L’insoddisfazione, tuttavia, non elimina la responsabilità individuale. Due persone possono vivere la stessa distanza affettiva e scegliere strade opposte. Una affronta il conflitto, chiede aiuto, propone una terapia, stabilisce un limite oppure conclude la relazione. L’altra costruisce una dimensione nascosta. La sofferenza può spiegare la vulnerabilità, ma non rende obbligata la menzogna.

Chi teme intensamente l’abbandono può cercare nell’interesse di un estraneo una conferma del proprio valore. Chi vive con disagio la dipendenza emotiva può utilizzare una relazione parallela per conservare una distanza dall’intimità più profonda. In entrambi i casi, il terzo rischia di diventare meno una persona incontrata nella sua interezza e più uno strumento di regolazione: serve a sedare la paura di non essere abbastanza, a evitare la vulnerabilità o a ritrovare un’immagine idealizzata di sé.

Neppure le neuroscienze giustificano spiegazioni semplicistiche. Dire che si tradisce “per la dopamina” significa ridurre una decisione complessa a uno dei sistemi coinvolti nell’anticipazione e nella ricompensa. La novità, il desiderio e la conferma sociale possono attivare i circuiti motivazionali, ma l’attivazione non impone un comportamento. Tra l’impulso e l’azione intervengono l’autoregolazione, la capacità di prevedere le conseguenze, l’attenzione, i valori interiorizzati e la memoria dell’impegno assunto.

McNulty, Andrea Meltzer, Anastasia Makhanova e Jon Maner hanno seguito 233 coppie appena sposate per circa tre anni. I coniugi capaci di distogliere più rapidamente l’attenzione dalle immagini di alternative attraenti mostravano una minore probabilità di infedeltà nel periodo successivo. Gli autori non descrivevano una forma consapevole di repressione, ma processi attentivi ed evaluativi in parte automatici, potenzialmente utili alla protezione della relazione.

La fedeltà, in questa prospettiva, non coincide con l’assenza di tentazioni: dipende anche dal modo in cui la mente evita di alimentarle.

Resta poi la domanda che accompagna ogni precedente: chi ha tradito una volta lo farà ancora? La risposta scientificamente corretta non è “sempre”, ma neppure “non significa nulla”. Kayla Knopp e colleghi hanno seguito 484 adulti attraverso due relazioni successive. Chi aveva riferito un coinvolgimento sessuale extracoppia nel primo rapporto risultava circa tre volte più incline a riportarlo anche nel seguente. Si tratta di un aumento statistico del rischio, non di una condanna irrevocabile.

A ripresentarsi può non essere soltanto la condotta, ma il sistema psicologico che l’ha resa possibile: confini indefiniti, ricerca costante di conferme, scarsa tolleranza della frustrazione, attrazione per la segretezza o abitudine a spostare sugli altri la responsabilità delle proprie decisioni. Per questo il cambiamento autentico non coincide con la promessa che non accadrà più. Richiede di comprendere perché sia accaduto, rinunciare alle giustificazioni e imparare a sostenere il disagio di una scelta trasparente.

Per chi subisce la scoperta, l’esperienza non modifica soltanto il giudizio sul partner. Può alterare retroattivamente il significato della storia condivisa. Viaggi, assenze, messaggi e ricordi vengono riesaminati alla ricerca di ciò che non era stato visto. Il presente ferisce, ma è il passato a diventare improvvisamente instabile.

Uno studio di Lydia G. Roos, Victoria O’Connor, Amy Canevello e Jeanette M. Bennett ha coinvolto 73 giovani adulti non sposati che avevano sperimentato l’infedeltà del partner nei cinque anni precedenti. Il 45,2 per cento riferiva sintomi compatibili con un probabile quadro post-traumatico legato all’esperienza. La ridotta dimensione del campione, la giovane età media dei partecipanti e il disegno osservazionale non consentono di estendere quella percentuale alla popolazione generale. Il dato mostra però che, in alcuni individui, la scoperta può associarsi a conseguenze psicologiche clinicamente rilevanti.

Sul piano della neuroimmunomodulazione è indispensabile mantenere la stessa prudenza. Non esiste un indicatore biologico specifico del tradimento. La ricerca mostra però che lo stress di coppia può coinvolgere la regolazione endocrina, cardiovascolare e immunitaria. In una revisione del 2021, la psicologa M. Rosie Shrout ha riunito le principali evidenze sui percorsi psicobiologici attraverso i quali il conflitto relazionale può influire sulla salute dei partner.

Un celebre esperimento di Janice Kiecolt-Glaser e collaboratori, condotto su 42 coppie sposate, confrontò gli effetti di una conversazione di sostegno con quelli di una discussione conflittuale. Dopo il confronto ostile, piccole lesioni cutanee sperimentali guarivano più lentamente; nelle coppie caratterizzate da maggiore ostilità furono inoltre osservate differenze nella produzione di citochine proinfiammatorie.

Lo studio non riguardava direttamente l’infedeltà, ma dimostrava in modo concreto che la qualità delle interazioni intime può accompagnarsi a modificazioni biologiche misurabili.

Il corpo, naturalmente, non reagisce a una parola astratta come “tradimento”. Risponde alla perdita di sicurezza, all’iperattivazione emotiva, all’imprevedibilità, all’alterazione del sonno e alla persistenza dell’allarme. Non ogni ferita sentimentale provoca una malattia, ma una relazione divenuta improvvisamente inaffidabile può trasformarsi in una fonte di stress profondo.

I segnali più significativi, allora, non si trovano sempre dentro un telefono.

Possono apparire molto prima, nel modo in cui qualcuno concepisce la reciprocità: regole severe per l’altro e confini flessibili per sé; difficoltà a scusarsi senza aggiungere un “ma”; bisogno continuo di essere ammirato; tendenza a presentare ogni errore come una reazione inevitabile; pretesa di assoluta libertà personale accompagnata da un’aspettativa di lealtà incondizionata.

La domanda più rivelatrice non è se una persona possa sentirsi attratta da qualcun altro. L’attrazione appartiene all’esperienza umana e non equivale a una violazione del patto. La questione decisiva è che cosa accada quando il proprio desiderio entra in conflitto con la dignità di chi si fida.

È ancora notte. Il telefono è rimasto sul tavolo e lo schermo adesso è buio. Nella stanza accanto qualcuno continua a dormire. Chi ha cancellato il messaggio può ancora dirsi che non è accaduto nulla, che il silenzio proteggerà la coppia, che ognuno ha diritto a una parte segreta della propria esistenza.

Eppure quella breve luce non ha illuminato soltanto una frase clandestina. Ha mostrato, per un istante, la convinzione da cui molte infedeltà prendono forma: poter chiedere all’altro lealtà e concedere a sé stessi un’eccezione.

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