Ci sono libri che raccontano la Storia.
E poi ce ne sono altri che fanno qualcosa di più difficile e raro: la fanno sentire.
Cuore di pellicano, di Maria Rosaria Intermite, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. È un romanzo che non alza la voce, ma resta. Che non chiede consenso, ma attenzione. Che non pretende di spiegare, bensì di accompagnare il lettore in un tempo fragile, incerto, lacerato — non così lontano dal nostro.
Dal Salento alla Toscana, Donna Caterina ha conquistato lettrici e lettori di tutta Italia. Protagonista del romanzo storico Cuore di pellicano della scrittrice tarantina Maria Rosaria Intermite, questa figura femminile intensa e fuori dagli schemi è diventata, in meno di un anno dall’uscita del libro, il cuore pulsante di uno dei casi letterari più interessanti del 2022.
Il romanzo si è imposto all’attenzione del panorama culturale nazionale e internazionale grazie a una serie di importanti riconoscimenti, tra cui il secondo posto al Premio letterario internazionale “Vitruvio 2022” per la narrativa e il Premio “Le parole di Dafne”, assegnato nell’ambito del Premio internazionale di arte letteraria Il canto di Dafne, e molti altri.
Due premi dal forte valore simbolico e culturale, legati a giurie di respiro internazionale e a territori – l’Università del Salento e la Regione Toscana – che hanno saputo riconoscere la qualità e l’originalità della proposta letteraria dell’autrice.
Al centro della narrazione c’è Donna Caterina, una giovane donna colta, poetessa, figlia di un mondo in declino. Non è un’eroina nel senso convenzionale del termine. Non combatte con le armi, non arringa le folle, non indossa le vesti rassicuranti del patriottismo. Combatte in un modo più silenzioso e per questo più doloroso: osservando, sentendo, interrogandosi.
Attraverso il suo sguardo attraversiamo il Meridione tra il 1860 e il 1861, nel cuore di un’Italia che sta nascendo mentre un’altra muore. Ma Cuore di pellicano non è un romanzo sull’Unità d’Italia. È un romanzo sulle conseguenze emotive della Storia, su ciò che accade alle persone quando i grandi eventi irrompono nella vita privata e la stravolgono.
La scrittura di Rosaria Intermite è profondamente rispettosa del dolore e della complessità. Non indulge nella retorica, non cerca scorciatoie sentimentali. Al contrario, costruisce una lingua che accoglie il dubbio, che lascia spazio alle crepe, che restituisce dignità anche all’incertezza. In queste pagine l’amore non è mai semplice, la verità non è mai univoca, la giustizia non è mai completamente visibile.
Donna Caterina non sa da che parte stare. E forse è proprio questo a renderla così viva. Nei suoi dialoghi con Giovanni Baldi, con Yvonne Dubois, con i personaggi che incarnano visioni diverse del futuro, emerge una domanda che attraversa tutto il romanzo come una ferita aperta: è davvero possibile essere liberati senza essere ascoltati?
Il cuore del libro pulsa nella poesia. Non come ornamento, ma come necessità. Caterina guarda il mondo attraverso i versi, come se la poesia fosse l’unico modo per non soccombere alla brutalità del reale. I componimenti che aprono i capitoli non sono semplici introduzioni: sono soglie emotive, respiri trattenuti prima di entrare nella narrazione. È lì che il romanzo trova la sua dimensione più commovente, perché la poesia diventa rifugio, memoria, resistenza.
E poi c’è Taranto. Non una semplice ambientazione, ma una presenza viva, dolente, luminosa. Intermite restituisce alla città una bellezza antica, colta, spesso rimossa. Una bellezza che non nega le ombre, ma le attraversa. Come se raccontarla fosse un atto di giustizia tardiva, un gesto d’amore verso ciò che è stato dimenticato.
Il titolo del romanzo non è casuale. Il pellicano, simbolo di sacrificio estremo, racchiude il senso profondo di questa storia: amare fino a ferirsi, dare senza la certezza di ricevere, restare fedeli a sé stessi anche quando il mondo cambia volto. Il cuore di Caterina è esposto, vulnerabile, e proprio per questo vero.
Nel finale, quando il racconto si apre al Mediterraneo, al viaggio, all’altrove, il romanzo compie il suo ultimo gesto emotivo: suggerire che nulla è davvero perduto finché qualcuno è disposto a cercare.
La bellezza, la verità, l’amore — forse anche la Storia — non si trovano mai dove pensavamo, ma nello sguardo che scegliamo di posare sul mondo.
Cuore di pellicano è un libro che non consola, ma accompagna.
Non assolve, ma comprende.
Non semplifica, ma resta.
E quando lo si chiude, rimane addosso una sensazione rara: quella di aver incontrato una voce che ha avuto il coraggio di raccontare la Storia con il cuore aperto.










