“Ermione. Vite&Vite “, il mito come specchio del presente

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Ci sono libri che si leggono. E poi ci sono libri che fermentano.

Ermione. Vite&Vite. Fermenti femminili appartiene alla seconda categoria: non chiede attenzione, la reclama con lentezza. Come il vino che riposa nel buio, come il mito che non smette di parlare anche quando crediamo di averlo dimenticato.

Ermione, figura laterale della tragedia, figlia trascurata, corpo lasciato ai margini della storia, prende voce e si fa sguardo. Non grida, non accusa: osserva. E osservando, comprende. La sua ferita antica diventa lente attraverso cui leggere il presente, un presente più moderno solo in apparenza, ancora attraversato da violenze, gelosie, solitudini, da colpe scaricate su chi ha osato sentire troppo.

La mitologia, in queste pagine, non è rifugio né ornamento. È uno specchio scuro. Rimanda indietro ciò che siamo diventati, ciò che continuiamo a ripetere. Ermione si muove tra passato e cronaca come una testimone silenziosa, una cronista dell’umano che riconosce nelle passioni antiche le stesse ombre che abitano l’oggi.

E poi c’è il vino.
Non come abbellimento, ma come linguaggio profondo. Le vigne, i vitigni, i calici diventano carne narrativa, archetipi liquidi. Il vino unisce e smaschera, consola e disarma, come l’amore, come il desiderio, come la memoria. È vita che fermenta, che può nutrire o travolgere. È Dioniso che pulsa sotto la pagina.

La prefazione di Attilio Scienza apre una soglia ulteriore: Dioniso come divinità doppia, generosa e terribile, capace di donare oblio e di scatenare distruzione. Persona e Demone. Dono e tormento. Il vino come metafora perfetta dell’umano, che non è mai puro, mai semplice, mai innocente fino in fondo.

Attilio Scienza, tra i massimi studiosi della cultura della vite e del vino, colloca l’opera in una riflessione più ampia e profonda:

«L’uomo ha ricevuto con il vino un dono di grande gioia, ma anche di grande tormento. Persona e Demone, il vino ha giocato un ruolo centrale nella storia dell’umanità».

Scienza richiama inoltre il valore degli archetipi come strumenti necessari per orientarsi in una società che ha smarrito famiglia, ascolto e contatto umano, sottolineando come mito e cultura possano ancora offrire esempi, equilibrio e consapevolezza.

Dentro questo intreccio, emergono le donne. Quelle che la storia ha chiesto di espiare. Quelle che hanno pagato per passioni non concesse, per gelosie non perdonate, per un’intensità giudicata colpa.

“Ermione. Vite&Vite” è un canto sommesso ma tenace per loro. Un atto di resistenza che non ha bisogno di slogan, perché parla la lingua antica della verità.

La scrittura di Elvia Gregorace è colta e sensibile, mai esibita. Sa di terra, di libri, di ascolto. Ha il passo lento di chi conosce il valore del tempo e la responsabilità delle parole. Ogni pagina invita a fermarsi, a ritrovare il contatto, a ricordare che non tutto ciò che conta può essere accelerato.

Questo libro non consola.
Ma accompagna.

E come certi vini veri, resta a lungo dopo l’ultima pagina.
Nel corpo.
Nella memoria.
In quel punto fragile in cui capiamo che il mito non parla del passato,
ma di ciò che siamo, ancora.

Inserito nel solco dei fermenti femminiliErmione. Vite&Vite è un libro che dà voce alle donne “destinate a espiare colpe non loro”, trasformando la narrazione mitologica in un atto di resistenza culturale e civile.

L’AUTRICE

Elvia Gregorace è giornalista pubblicista, food blogger e docente di lettere classiche in un liceo romano. Insegna sommellerie del vino e del cioccolato presso la Scuola Italiana Sommelier. Scrive sul blog Il Tritagonista e per La Gazzetta del Gusto, raccontando territori e culture del cibo come luoghi dell’anima. Ha collaborato con Bibenda e, tra scrittura, teatro e didattica, intreccia saperi antichi e contemporanei in una visione femminile che è memoria, denuncia e progetto.

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