Addio menù degustazione: nasce il menù libero a La Cucina

SPP PORTRAITS 012

La Cucina di San Pietro a Pettine presenta un nuovo capitolo della propria identità gastronomica. Un cambiamento netto, consapevole, che parte da una decisione chiara: l’eliminazione del menù degustazione e la nascita di una proposta libera, senza gerarchie tra antipasti, primi e secondi.

«È il menù più sincero che abbiamo mai creato. Dico “abbiamo” perché non sarebbe onesto affermare che sia solo mio: è una formula frutto dei consigli, più o meno determinanti, di tutto lo staff», spiega la chef Alice Caporicci.

Classe 1986, nasce a San Pietro a Pettine e inizialmente intraprende studi all’Accademia di Belle Arti di Perugia. La sua strada cambia con la scoperta della cucina, che diventa una vera vocazione. Matura esperienze significative in Italia con lo chef stellato Marco Gubbiotti e all’Hotel De Russie di Roma con Fulvio Pierangelini. Lavora poi a Londra, tra The Queensbury Deli e la catena Jamie’s Italian, affinando tecnica e visione in contesti internazionali. Tornata in Italia, sceglie di guidare il ristorante di famiglia, avviando un percorso personale costruito in collaborazione con il suo team, a La Cucina.

La scelta di abbandonare la degustazione non nasce da un gesto provocatorio o da una posizione ideologica. È piuttosto il risultato di una riflessione personale sul linguaggio della cucina e sul modo più autentico di esprimersi.

«La degustazione è un mezzo di espressione, è un linguaggio. Come uno scrittore sceglie se scrivere un romanzo epistolare, una raccolta di racconti o un romanzo breve, così uno chef sceglie il proprio stile. In questo momento sento che la degustazione non mi appartiene come metodo espressivo.»

Una visione che si intreccia con una consapevolezza profonda della propria creatività.

«Ci sono persone la cui creatività dura costante per lunghi lassi di tempo, e altre in cui si manifesta con la rapidità di un istante. Io sono di quelli da un momento.»

Al centro della riflessione anche il ruolo del cliente. Nel tempo, quasi impercettibilmente, la sua figura rischiava di perdere centralità, mentre l’attenzione si spostava verso la critica, la figura dello chef, l’esercizio di stile. Una cucina che, se estrapolata dal proprio contesto, poteva diventare complessa, da comprendere più che da vivere.

«Con la leggerezza e la tranquillità di chi ha capito di essere abbastanza grande da potersi permettere quella libertà reale, derivata dall’accettazione di sé senza “ma”, ho scelto di fare esattamente quello che sento.»

Tre i compromessi che la chef dichiara di aver accettato: il contesto, che in questi luoghi si fa sentire con voce profonda e autorevole; i clienti e i loro gusti; il lavoro, perché la cucina resta un mestiere e deve mantenere saldo uno scopo senza perdere efficacia narrativa.

Il risultato è un menù libero da incastri rigidi, leggermente caotico, a tratti estemporaneo. Pieno, veloce. Caldo. «Spero accogliente.»

Una proposta che dialoga con un patrimonio che affonda le radici nel Cinquecento, reinterpretato con sincerità contemporanea.

La Cucina di San Pietro a Pettine sceglie così una direzione chiara: meno costruzione, più verità.

La Tenuta di San Pietro a Pettine è un ecosistema che unisce ristorazione, agricoltura e tutela del patrimonio storico, con il tartufo al centro. Situata a Trevi, ospita dal 2013 il ristorante La Cucina, nato da un progetto di Carlo Caporicci, titolare della storica azienda di tartufo fondata nel 1948. La proprietà si estende su dodici ettari di tartufaie coltivate e circa 2.000 ettari di tartufaie naturali, garantendo tartufo tutto l’anno anche a ristoranti pluristellati.

Il borgo, risalente al 1100, comprende una chiesa romanica restaurata nel 2012 che custodisce affreschi cinquecenteschi attribuiti ad allievi di Giotto. Aperta al pubblico, insieme ai resti della casa del beato Antonio Fantosati, rappresenta un patrimonio storico accessibile agli ospiti del ristorante.

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