“Le cose non dette”: il nuovo film di Muccino parla a tutti noi

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Le cose non dette” ( trailer)  ultima bellissima opera di Gabriele Muccino, si colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano, e riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio (2001) e di “Baciami ancora” (2010).

La visione destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti della storia. Lo sguardo di Muccino – immerso in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai modi eleganti e raffinati Miriam Leone) e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia Vittoria (Margherita Pantaleo)Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa di Carlo (Beatrice Savigniani).

Con “Le cose non dette” Gabriele Muccino firma un film che si muove esattamente in questo spazio sottile: quello in cui il non detto smette di essere prudenza e diventa distanza. Non è una storia che cerca il colpo di scena, né una narrazione costruita per sorprendere. È piuttosto un lento avvicinamento a una verità scomoda: non tutto ciò che evitiamo di dire resta innocuo.

Ci sono silenzi che proteggono.
E poi ci sono silenzi che, giorno dopo giorno, diventano una scelta.

Il film si inserisce con naturalezza nel percorso autoriale di Muccino, ma lo fa con una maturità diversa, più trattenuta, meno impulsiva. Qui non c’è l’urgenza della giovinezza, ma la stanchezza adulta di chi ha imparato a convivere con le proprie omissioni. I protagonisti sono persone che funzionano, almeno in superficie. Hanno relazioni, lavoro, un linguaggio emotivo educato.

Eppure, sotto quella superficie, qualcosa si è progressivamente irrigidito.

“Le cose non dette” racconta proprio questo irrigidimento. Non un evento traumatico, non una frattura improvvisa, ma un accumulo. Un lento deposito di frasi non pronunciate, desideri ridimensionati, domande lasciate cadere per non disturbare un equilibrio già fragile. È un film che parla di coppie che non litigano più, non perché stiano bene, ma perché hanno smesso di rischiare.

Il viaggio che fa da cornice narrativa non è una fuga, né una vacanza salvifica. È piuttosto un dispositivo di esposizione. Cambiare luogo significa cambiare prospettiva: lontani dalla quotidianità, i personaggi non riescono più a sostenere le stesse maschere.

Tangeri diventa così uno spazio simbolico, sospeso, in cui le parole taciute iniziano a farsi pesanti. Non esplodono subito, ma chiedono attenzione. Pretendono ascolto.

Muccino sceglie di raccontare tutto questo con una regia che osserva più di quanto spieghi. I silenzi non sono riempiti, le pause non vengono giustificate. I dialoghi sono spesso imperfetti, interrotti, sbilanciati. È un cinema che accetta l’incompletezza, perché è proprio lì che riconosciamo la verità dei rapporti umani. Le conversazioni non chiariscono: mettono a nudo.

Uno degli aspetti più interessanti del film è la sua riflessione implicita sulla comunicazione contemporanea: viviamo in un’epoca che ci ha abituati a dire tutto, ma non necessariamente a dirlo bene. A parlare molto, ma a scegliere con cura cosa evitare. Le cose non dette mette in scena personaggi che hanno un vocabolario emotivo ampio, ma un coraggio limitato. Sanno descriversi, ma non esporsi. Sanno analizzarsi, ma non mettersi in discussione fino in fondo.

Il film non prende posizione morale. Non indica un colpevole, non offre una soluzione. Osserva. E in questa osservazione c’è una forma di rispetto rara. I personaggi non vengono giudicati per ciò che tacciono, ma mostrati nelle conseguenze di quel tacere. Perché il punto non è se sia giusto o sbagliato parlare. Il punto è capire quando il silenzio smette di essere una protezione e diventa una rinuncia.

Dal punto di vista emotivo, Le cose non dette è un film che lavora per sottrazione. Non cerca la scena iconica, né il momento liberatorio. Anche quando le parole arrivano, non sono risolutive. Arrivano tardi, arrivano stanche, arrivano cariche di tutto il tempo che le ha precedute. È proprio questo ritardo a renderle così dolorose. Non per quello che dicono, ma per ciò che non possono più cambiare.

Muccino sembra suggerire che l’errore più grande non sia sbagliare, ma rimandare. Rimandare una verità, una domanda, una richiesta di presenza. Perché nel frattempo la relazione si adatta, si ridimensiona, si anestetizza. E quando finalmente si trova il coraggio di parlare, spesso ci si accorge che l’altro non è più nello stesso punto.

Non è un film consolatorio, né particolarmente indulgente. È un film che chiede allo spettatore di fare una cosa semplice e difficile allo stesso tempo: riconoscersi. Riconoscersi nei silenzi educati, nelle frasi aggiustate, nelle verità archiviate “per il bene di tutti”.

E chiedersi se quel bene, alla fine, sia stato davvero tale.

Le cose non dette” resta addosso proprio per questo. Non perché racconti qualcosa di eccezionale, ma perché racconta qualcosa di profondamente comune. La paura di rompere un equilibrio. La tentazione di rimandare.

«Trovo un po’ noiose quelle persone che sanno tenere i segreti fino all’inverosimile. Il bello dei segreti è condividerli e il legame che nasce dall’avere qualcosa in comune».

L’illusione che tacere significhi evitare il dolore.

Ma il film, senza mai dirlo esplicitamente, suggerisce un’altra possibilità: che il dolore, se ascoltato in tempo, possa ancora trasformarsi. Che non tutte le parole salvano, ma alcune, dette prima, avrebbero potuto cambiare il peso del silenzio.

Ed è forse qui che il titolo smette di essere una constatazione e diventa una domanda aperta.
Non perché non abbiamo parlato.
Ma quando abbiamo deciso di non farlo.

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