Editoriale del Direttore – “Lo specchio rotto”
C’è qualcosa di profondamente malato nel modo in cui vengono trattate le donne, soprattutto quando sono in vista. E non parlo solo di potere, ma di visibilità. Di quella luce che dovrebbe illuminare la competenza e invece, troppo spesso, si rifrange sulle apparenze.
In questi giorni una nostra collega, stimata giornalista quale è Valentina Bisti è finita al centro di un ciclone mediatico per una colpa che non dovrebbe neppure esistere: essersi mostrata struccata. Senza fondotinta, senza correttori, senza filtri. Solo un volto. Un volto normale, come quelli che vediamo ogni mattina allo specchio, prima del caffè.
Ma in quel momento non era “mattina”. Era urgenza. Era una notizia che squarcia il silenzio e corre più veloce di ogni abitudine: la morte del Papa. La collega era in redazione, come molti di noi, pronta a fare il suo lavoro. La notizia è arrivata improvvisa, e in pochi minuti era in onda, con la voce ferma, lo sguardo lucido, la professionalità intatta.
Non ha pensato al trucco. Ha pensato all’informazione.
E invece, fuori da quel momento sacro che è il giornalismo fatto con urgenza e verità, qualcuno ha pensato bene di fermarsi all’apparenza. Di ignorare il contenuto, di non ascoltare la notizia, di saltare il peso storico del momento. Di concentrarsi sulla pelle, sulle ciglia, su ciò che mancava al suo viso.

Si sono guardati bene dal parlare del suo lavoro, dei suoi risultati, del modo esemplare in cui ha gestito un annuncio tanto delicato. No, è stata scelta l’inquadratura più comoda: quella del volto nudo, da giudicare con superficialità e crudeltà, come se potesse bastare a sminuirla.
Ma qui non c’è solo sessismo. C’è un’idea malata di perfezione, un culto tossico dell’immagine, una pretesa grottesca di uniformità che ci riguarda tutti. È il segnale di una cultura che tollera la donna solo se truccata, pettinata, addomesticata.
Da direttore, ma prima ancora da donna e da cittadina, dico basta. Non dobbiamo difendere la collega solo perché è una di noi. Dobbiamo farlo perché è il simbolo di una battaglia molto più grande: quella per la libertà di essere, di mostrarsi, di lavorare senza dover prima passare da un’estetista.
A chi ha usato questo caso per vendere qualche clic in più, dico: il giornalismo non è gossip travestito. E a chi ha letto quei titoli senza indignarsi, ricordo: domani potrebbe toccare a vostra sorella, vostra figlia, a voi stessi.
Il volto struccato della collega non è una debolezza. È un atto di verità. E la verità, in questo mestiere, dovrebbe sempre essere l’unica cosa che conta davvero.





