MARI’, MARI’: la Malesia che non ti aspetti (più)

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Budget a parte, sono tanti, troppi gli elementi che inducono a scegliere un punto del globo come centro di sogni o di interessi culturali. Non c’è dubbio che un elemento importante sia l’invasione mediatica di tour operator, i quali hanno interesse a pubblicizzare mète  collaudate, oppure altre che si stanno aprendo al turismo con richiami affascinanti e prezzi ancora abbordabili. 

Ma per chi pensa di avere già esaurito i fondamentali turistici, il problema della scelta si fa arduo. Una Parigi e una Londra l’anno, giusto per non perdersi le nuove tendenze, ma poi ha bisogno di emozioni forti:  vuole il nuovo, l’inesplorato, l’avventura, ma se questa è a prezzo di qualche disagio, spesso glissa.

Perché la canadese e la Due Cavalli di ottava mano erano avventura, ma organizzata da noi, e con qualche migliaio di chilometri a sessanta orari si esplorava veramente. Ma adesso che Zagora si è trasformata da centro carovaniero per Timbuktu a minuscola Hollywood con tanto di festival e produzioni cinematografiche potremmo anche scegliere un Disney qualunque.

Insomma, non lo confesseremo mai, ma sogniamo emozioni stellari, ma anche stellate. E  alle pubblicità online che mostrano luoghi incontaminati, dopo  che abbiamo la fila persino nel deserto, non crediamo più.

Ma uno spunto, un guizzo, è necessario per accendere i motori del cervello.

Ad esempio, sarebbe divertente sapere quanti turisti prenotano viaggi in Malesia per seguire orme salgariane. Certo, viaggeranno in una natura da sogno, foreste degne di fiabe dal gusto forte, cascate da cartolina, animali, ma le avventure vanno create nella propria mente: il Borneo malese è un immenso palcoscenico verde dove infinite storie possono essere messe in scena. Sempreché non si preferisca la citazione botanica a cadenza saputellesca.

Si possono acquistare circuiti di uno o due settimane, ma  per i Sandokan-dentro lo scalo intercontinentale di Kuala Lumpur è solo un trampolino: il sogno è tentare di ricostruire avventure, anche se  si riveleranno improbabili.

Il centro della capitale è un intreccio di centri commerciali lussuosi, e l’avventura è il tentativo di attraversare  strade quasi prive di strisce pedonali e  con traffico senza soluzione di continuità. Due milioni di abitanti, due torri gemelle Petronas che sono diventate il simbolo di una città senza carattere, con un mercato centrale qualunque, templi buddisti di scarso interesse, una Chinatown  che è, sostanzialmente, un gruppo di negozi identici a quelli di tutto il mondo. 

Allora si tenta Malacca, sul fiume omonimo. Aspettative coloniali che si riducono a modeste rovine portoghesi e olandesi a cui si arriva grazie a un battello che passa sotto un improbabile Rialto. Ma poi si vola a Kuching, la città più interessante del Borneo malese, con un museo modernissimo e interattivo che racconta questa grande isola in bilico fra tradizione  e un futuro fatto di nascenti intelligenze artificiali.  

Paese moderato e multiculturale, con templi, chiese e moschee  di scarso valore, come dire che chi viene da queste parti è avido di foreste, non di altari e minareti. I turisti si dividono in curiosi e assetati  di migliaia di sfumature di verde. Questi ultimi reggeranno due settimane in mezzo a boschi le cui differenze possono essere colte solo da decenti botanici, ma il loro sogno è quello di riempirsi gli occhi di verde, come raccomandava una romantica signora nata negli anni della Grande guerra. 

Gli altri, alla centesima citazione scientifica della deliziosa guida, iniziano a sbuffare dentro e, dei quattro  percorsi prospettati dal giovane, sceglieranno, con qualche imbarazzo, il più breve. Ma i ponti tibetani, quelli se li beccheranno di rigore. 

Questo però  avverrà più avanti, sotto il monte Kinabalu, quattromilaottanta metri, settecentoventisei in meno del Monte Bianco. Di tutto ciò gli escursionisti griffati si vanteranno, omettendo di aver camminato con attrezzature himalayane  poco sopra i millesei. Comunque, prima di arrivare a questa cima leggendaria avranno attraversato boschi sul mare, raggiungendoli con barchette e districandosi fra mongrovie, dipterocarpi (tutti sanno che cosa sono, naturalmente)  alla ricerca di scimmie proboscidate e dei loro piccoli che fanno tenerezza. 

Tante, tante foreste pluviali, con granchi violinisti e, forse , Orang Utan, mai garantiti dai tour operator, non sempre informati sulle paturnie quotidiane del maschio dominante. Il quale, però, si farà vedere, eccome , nel centro di conservazione  a Semenggoh.

Qui arriva il cibo a orari fissi, come in un collegio, e gli animali si presenteranno puntualissimi ai turisti, i quali si sentiranno un po’ come quelli dei fumetti Disney, evitando, però i flash, vietati quanto inutili.

Un’idea fissa del viaggiatore occidentale in terre lontane è quella di osservare usi e costumi, mangiare “come loro”, vivere una giornata con i Touareg nel Sahara o con gli orientali che vivono in isole, meglio se un po’ sperdute. La modernità che si percepisce lungo le strade del Borneo dovrebbe far riflettere, ma i tour operator devono pure mostrare villaggetti “sgarrupati” per far contenti questi europei travestiti da piccoli esploratori. Così li portano vicino al confine con il Kalimantan indonesiano dove c’è un parcheggio pieno quanto quello di un supermercato il sabato pomeriggio, ma, saliti su una scalaccia di legno, ci si troverà a contatto con la tribù Dayak, che vive in borghese su palafitte trasandate, ma non per questo affascinanti.

Le perplessità si accentuano quando, a molte decine di chilometri, si visita un mercato qualunque di frutta e verdura  sul cui interesse scattano pesanti interrogativi.

Gli americani amano le sintesi. Finte avventure in luoghi in cui si concentra tutto quello che si è immaginato, parchi dove si vivono storiche finzioni, però molto godibili. E la Malesia si adegua: MARI’, MARI’: la Malesia che forse non ti aspetti (più), significa vieni, vieni, ed è un villaggio con guide simpatiche e divertenti che mostrano la vita delle antiche tribù con grande credibilità, capanne e attrezzature originali  aggiunte a ironia misurata. Tutto questo, in luoghi dove quaranta gradi sono il meno in confronto al tasso di umidità.

Sulle pendici del monte Kinabalu, quello di cui si parlava, l’aria è un po’ più fresca. E se qualche animale non si è presentato all’appuntamento possiamo sperare di avvistare la Rafflesia, fiore ufficiale dello stato di Sabah. Difficilmente se ne vedrà una vera, ma le foto sono ovunque.

Ora, però, si scende e finalmente inizia l’avventura, emozionante e per giunta riposante. Si vola a Sandakan, e immediatamente si cerca il nesso. Che c’è: Emilio Salgari chiamò Sandokan il suo eroe prendendo spunto da questa cittadina che non vide mai. Ma non la vedono nemmeno le frotte di turisti diretti verso il secondo fiume più lungo di tutto il Borneo: usciranno dall’aeroporto evitando la città e poi due ore di auto fino al Kinabatanga. Sveglia alle cinque per vedere  gli elefanti con la luce dell’alba, uscite serali per lucciole, scimmie a tutte le ore, anche a spasso sui tetti delle palafitte in cui si dormirà. 

I gruppi si sentono ormai vagamente autoctoni, e tutti cercano animali rari che difficilmente avvisteranno sulle lunghe barche con teleobiettivi bene allineati. Ma il sogno è un misto di coccodrilli più lunghi di un metro, serpenti, maestose aquile e chissà.

Se la cultura è quello che resta dopo che si è dimenticato tutto, i nomi delle specie zoologiche e botaniche svaniranno in brevissimo tempo. Rimarranno i ricordi nella mente, le foto, i numeri delle guide con cui ci si scambieranno auguri, inviti in Italia, montaggi di sequenze malesi con un bambino che si intrufola ridendo buffamente.

E i marì marì di chi ci invita con manina e faccetta che sorride.

 

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