“Senza paura. La mia vita” Mogol, l’uomo che scrisse le emozioni

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Senza paura. La mia vita, Salani editore è l’autobiografia di Giulio Rapetti che racconta 60 anni di musica, migliaia di canzoni all’attivo e la paura che lo ha segnato fin da bambino bloccandolo nelle relazioni con gli altri. Soprattutto con le ragazze.

Aveva l’angoscia di non essere amato e accettato, per poi capire che il vero fallimento è non provarci affatto. Emozioni che l’autore ha tradotto in parole ne “I giardini di marzo” interpretata da Lucio Battisti nel 1972. Un brano che parla della sua infanzia difficile e povera, descritta con parole d’angoscia che si trasformano in speranza.

Da sempre associato al sodalizio, fortunato e lungimirante, con Lucio Battisti, che cambiò la vita ad entrambi e cominciò nel 1965 per finire nel 1980 col disco Una giornata uggiosa. Sul rapporto tra i due diversi miti sono stati sfatati: non è vero che erano fascisti, semplicemente non erano schierati politicamente e si separarono, senza litigare, per motivi di soldi.

Chi non era schierato era ritenuto fascista. Il silenzio era considerato assenso. Insinuarono che Battisti finanziasse Ordine Nuovo e che le braccia alzate su La collina dei ciliegi indicassero il saluto romano”, così Rapetti spiega come sono andate le cose. Prima del fortunato 1965, ci fu l’incontro altrettanto positivo con Bob Dylan, due anni prima nel 1963, di cui divenne traduttore ufficiale.

Quell’anno segno il debutto mondiale a New York per il cantante di Blowin in the wind che lo stessò Mogol adattò e fu un evento che stravolse la storia della musica leggera. Prima ancora aveva scritto per Giorgio Gaber, Adriano Celentano, convinse Mina a registrare Il cielo in una stanza, nel 1960. La storia artistica era segnata dalla presenza di papà Mariano, pianista, che lavorava per la Ricordi. Il motivo che portò il piccolo Giulio ad occuparsi di testi di canzoni, dopo il diploma di ragioneria, è puramente economico.

Mogol capì che la conoscenza dell’inglese avrebbe potuto portarlo lontano, gli avrebbe permesso di guadagnare bene e cominciò ad adattare e tradurre brani. Guadagnando bene, poi divenne talent scout e successivamente l’exploit che lo consacrò autore della musica italiana. Mogol ci tiene molto ad essere definito artigiano della prosodia, lyrics writer, ritiene il termine paroliere sia circense, riduttivo e offensivo. Ad oggi si contanto 523 milioni di dischi venduti nel mondo, è terzo in classifica dopo Elvis e i Beatles e nel raccontare i testi scritti nel tempo spiega: “Erano canzoni dove potevamo guardare le nostre paure.” Gli uomini li ha sempre descritti come fragili, le donne audaci: aveva una visione molto attuale degli altri.

Dopo tanti anni di storia e di vita non ci sono rimpianti, il talento è stato pienamente riconosciuto e lascia un segno indelebile nella storia della canzone nazionale e internazionale.   

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