Neurodivergenze: non menti sbagliate, ma modi diversi di sentire il mondo.

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Neurodivergenze: le menti che sentono il mondo prima degli altri non sono sbagliate, sono neurodiverse.

C’è una stanza piena di voci. Le sedie sfiorano il pavimento con un suono secco, qualcuno ride troppo forte, una finestra socchiusa lascia entrare una lama di luce bianca, quasi tagliente. In mezzo a quel piccolo caos quotidiano, un bambino resta immobile, apparentemente distratto.

Non guarda l’insegnante, non segue la pagina, non risponde subito quando viene chiamato. Eppure non è assente. Sta ascoltando tutto. Il ronzio della lampada, il respiro del compagno accanto, il fruscio dei fogli, il tono appena irritato dell’adulto, la pressione della maglia sulla pelle, il battito del proprio cuore che comincia ad accelerare.

Il mondo, per lui, non arriva filtrato. Arriva intero.

Troppo vicino, troppo acceso, troppo simultaneo. A uno sguardo frettoloso può sembrare disattenzione. A uno sguardo clinico, invece, può apparire per ciò che è: un diverso modo di abitare la realtà.

È da qui che bisognerebbe iniziare quando si affronta il tema delle neurodivergenze. Non da un’etichetta. Non da un elenco di sintomi. Non da una diagnosi pronunciata come una sentenza. Ma da una persona che sente, pensa, reagisce, compensa, si protegge.

Una persona che spesso, molto prima di essere compresa, ha imparato a sentirsi sbagliata.

Negli ultimi anni la ricerca ha modificato profondamente il modo in cui osserviamo autismo, ADHD, dislessia, sindrome di Tourette, discalculia e altri profili del neurosviluppo. Non siamo più autorizzati a considerarli soltanto come deviazioni da una presunta normalità.

La letteratura più recente ci invita a una visione più ampia, più rigorosa e anche più umana: il cervello umano non esiste in un unico formato. Esistono molte architetture cognitive. Molte soglie sensoriali. Molte modalità attentive. Molti stili di apprendimento.

Molte maniere di entrare nella relazione, di tollerare l’imprevisto, di organizzare il tempo, di costruire significati.

Il concetto di neurodiversità, emerso alla fine degli anni Novanta anche all’interno del movimento autistico e successivamente sviluppato nel dibattito scientifico, clinico e culturale internazionale, nasce proprio da questa intuizione: la variabilità neurologica fa parte della condizione umana. Come esiste biodiversità in natura, esiste anche una pluralità dei funzionamenti mentali.

Questo non significa negare la sofferenza.

Sarebbe un errore grave, quasi una forma opposta di superficialità. Una persona neurodivergente può avere grandi risorse e, nello stesso tempo, incontrare difficoltà profonde. Può possedere una sensibilità straordinaria e soffrire per la disorganizzazione quotidiana. Può avere una memoria visiva fuori dal comune e crollare davanti a una richiesta sociale implicita.

Può intuire dettagli che sfuggono agli altri e non riuscire a tollerare il rumore di una mensa, la luce di un supermercato, la rigidità di una riunione.

La differenza non cancella la vulnerabilità. La vulnerabilità non cancella il valore.

Simon Baron-Cohen, in un editoriale pubblicato sul Journal of Child Psychology and Psychiatry, ha definito la neurodiversità un concetto rivoluzionario per l’autismo e per la psichiatria. La ragione è semplice ma decisiva: ci costringe a distinguere tra differenza, disabilità e malattia. Una caratteristica neurocognitiva può discostarsi dalla media senza essere, di per sé, una patologia.

Può però diventare disabilitante quando l’ambiente non la riconosce, non la accoglie, non la sostiene.

È in questa zona di confine che si gioca molto della vita reale. Perché spesso non è soltanto il cervello neuroatipico a generare fatica. È l’incontro tra quel funzionamento e un mondo costruito per chi regge il rumore, interpreta al volo le regole implicite, passa da un compito all’altro senza fratture, resta seduto per ore, guarda negli occhi a comando, comprende l’ironia nel tempo giusto, risponde velocemente, non ha bisogno di pause, non si satura.

Elizabeth Pellicano e Jac den Houting hanno sottolineato con grande chiarezza che la scienza dell’autismo non può più essere pensata soltanto “sulle” persone autistiche, ma deve essere costruita anche “con” loro. È un passaggio metodologico, ma anche etico. Vuol dire ascoltare l’esperienza soggettiva.

Vuol dire chiedersi non solo come ridurre un comportamento visibile, ma quale dolore, quale sovraccarico, quale bisogno non espresso si nasconda dietro quel gesto.

Una crisi non è sempre opposizione. A volte è collasso. Un silenzio non è sempre chiusura. A volte è difesa. Una distrazione non è sempre mancanza di interesse. A volte è un sistema attentivo che si aggancia a stimoli che gli altri non percepiscono nemmeno.

Alcune persone hanno bisogno di supporti intensivi per tutta la vita; altre arrivano alla diagnosi in età adulta, dopo anni di sforzi silenziosi, incomprensioni e diagnosi mancate.

Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Genetics da Aviya Litman, Natalie Sauerwald e colleghi ha rafforzato questa prospettiva, mostrando come l’eterogeneità clinica dell’autismo possa corrispondere a differenti programmi genetici e molecolari. Non una linea unica ma una costellazione. Non un blocco compatto, ma molte traiettorie.

Alcune più precoci, altre più tardive. Alcune accompagnate da difficoltà marcate del linguaggio o dello sviluppo, altre intrecciate a vulnerabilità emotive, ansia, depressione, isolamento.

È un dato scientifico importante, ma è anche un invito alla prudenza clinica. Ogni diagnosi è una mappa, non il territorio. Aiuta a orientarsi, ma non può sostituire l’ascolto della persona.

Lo stesso vale per l’ADHD. Il grande Primer pubblicato nel 2024 su Nature Reviews Disease Primers da Stephen Faraone, Samuele Cortese, Jan Buitelaar e colleghi descrive il disturbo da deficit di attenzione/iperattività come una condizione comune ma con manifestazioni molto diverse lungo l’arco della vita. Nel bambino può emergere come irrequietezza, impulsività, difficoltà a restare sul compito. Nell’adulto può trasformarsi in caos interno, procrastinazione, instabilità attentiva, fatica organizzativa, senso cronico di rincorrere la propria esistenza senza riuscire mai ad afferrarla.

Molti adulti con ADHD non dicono: “non riesco a concentrarmi”. Dicono: “sono stanco di deludere tutti”.

Non dicono: “dimentico le cose”. Dicono: “mi sembra di vivere con una colpa addosso”.

Non dicono: “sono impulsivo”. Dicono: “parlo prima di riuscire a fermarmi e poi passo ore a rimproverarmi”.

È qui che la psicologia clinica deve restituire complessità. Perché dietro il sintomo c’è spesso una lunga storia di vergogna. Bambini definiti svogliati, disordinati, ingestibili, troppo sensibili, troppo lenti, troppo intensi. Ragazzi che hanno imparato a compensare con l’ansia.

Donne arrivate alla diagnosi dopo anni di perfezionismo estenuante. Uomini che hanno mascherato la disregolazione emotiva dietro irritabilità, ipercontrollo o fuga.

Il tema del mascheramento è oggi centrale. Laura Hull, William Mandy e altri ricercatori hanno studiato il camouflaging, cioè l’insieme di strategie con cui molte persone, in particolare ragazze e donne autistiche, imparano a nascondere le proprie caratteristiche per apparire socialmente adeguate. Sorridono quando non capiscono il codice emotivo della situazione.

Copiano gesti e intonazioni. Preparano mentalmente frasi prima di parlare. Reprimono movimenti autoregolativi. Si sforzano di guardare negli occhi anche quando quel contatto diventa fisicamente doloroso. Dall’esterno sembrano funzionare. Dentro, spesso, si consumano.

Il mascheramento può aprire porte sociali, scolastiche, professionali. Ma può anche lasciare un senso devastante di estraneità. La persona riesce a essere accettata solo quando non è pienamente sé stessa. È una forma sottile di solitudine: stare in mezzo agli altri, ma con la sensazione di dover continuamente tradurre la propria natura in una lingua non materna.

Meng-Chuan Lai e colleghi, in una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su The Lancet Psychiatry, hanno documentato un’elevata prevalenza di condizioni psichiatriche associate nella popolazione autistica, tra cui ansia e depressione.

Questo dato non deve essere letto come una condanna biologica. Deve piuttosto interrogarci sull’impatto dello stress cronico, dell’esclusione, della diagnosi tardiva, del sovraccarico sensoriale, della mancanza di accomodamenti adeguati.

La neuroimmunomodulazione offre, in questo scenario, un ulteriore livello interpretativo. Il cervello non vive separato dal corpo. Sistema nervoso, sistema immunitario, asse endocrino e ambiente dialogano continuamente, fin dalle prime fasi dello sviluppo.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per il ruolo della microglia, delle citochine, dell’attivazione immunitaria materna, dello stress precoce e dei processi infiammatori di basso grado nelle traiettorie neuroevolutive. La prudenza, qui, è fondamentale. Non possiamo affermare che l’infiammazione “causi” l’autismo o che il sistema immunitario “spieghi” l’ADHD.

Sarebbe una semplificazione indebita. Possiamo però dire che la biologia dello sviluppo è un sistema integrato, e che l’organismo registra, elabora e risponde a condizioni genetiche, ambientali, immunitarie e relazionali.

Una revisione del 2024 pubblicata su Seminars in Immunopathology da Mastenbroek e colleghi ha discusso il ruolo della microglia nello sviluppo cerebrale precoce e gli effetti dell’attivazione immunitaria materna, invitando a leggere il rapporto tra immunità, ambiente intrauterino e neurosviluppo senza riduzioni deterministiche. Nello stesso anno, uno studio su Translational Psychiatry di Isabel Schnorr e colleghi ha individuato, negli adulti con ADHD, differenti profili infiammatori e un’associazione tra alcune proteine immunitarie e stress cronico percepito.

Non sono biomarcatori diagnostici, né spiegazioni uniche. Sono però segnali coerenti con una visione più ampia: la sofferenza neuropsicologica non è mai soltanto mentale. Passa dal sonno, dalla fatica, dalla tensione muscolare, dall’intestino, dalla risposta allo stress, dall’energia disponibile per reggere il mondo.

In clinica questo è evidente. Ci sono persone esauste non perché fragili, ma perché da anni vivono in uno stato di adattamento permanente. Ogni giornata richiede controllo, anticipazione, compensazione. Ogni relazione può diventare un esame. Ogni errore sembra confermare una vecchia convinzione: “sono troppo”. Troppo sensibile, troppo distratto, troppo lento, troppo rigido, troppo emotivo, troppo diverso. Eppure, molte volte, quel “troppo” è solo una misura sbagliata.

La dislessia lo mostra con chiarezza. Per molto tempo è stata confusa con pigrizia, scarso impegno o disattenzione. Oggi sappiamo che ha basi neurobiologiche riconoscibili e coinvolge reti legate alla decodifica fonologica, all’automatizzazione, all’elaborazione visiva e linguistica. Un bambino dislessico non legge male perché non vuole.

Legge con un sistema che richiede più energia per compiere operazioni che in altri diventano automatiche. Ogni riga può essere una salita, ogni verifica un’esposizione pubblica della propria fatica.

Uno studio del 2024 pubblicato su npj Science of Learning da Gaia Olivo, Jonas Persson e Martina Hedenius ha esplorato la plasticità cerebrale nei bambini con dislessia attraverso l’apprendimento implicito di sequenze. È un dato importante perché ricorda che il cervello neurodivergente non è fermo: cambia, apprende, si adatta, costruisce compensazioni.

Ma lo fa meglio quando non è schiacciato dall’umiliazione.

La parola chiave, allora, diventa ambiente. Un contesto può disabilitare o sostenere, spegnere o rendere possibile. Può costringere una persona a usare tutte le energie per apparire normale, oppure liberare risorse per imparare, creare, partecipare, amare.

A scuola significa non confondere la velocità con l’intelligenza, l’ordine del quaderno con la profondità del pensiero, l’irrequietezza con la sfida, lo sguardo altrove con la mancanza di rispetto. Significa offrire strumenti compensativi senza trasformarli in concessioni umilianti. Significa proteggere l’autostima insieme all’apprendimento.

Nel lavoro vuol dire ripensare spazi, tempi, rumori, luci, riunioni, istruzioni implicite, comunicazioni ambigue. Una mente neurodivergente può dare moltissimo quando trova condizioni adatte: precisione, creatività, pensiero laterale, memoria per i dettagli, capacità di immersione, sensibilità alle incoerenze. Ma nessuna risorsa emerge se tutta l’energia viene spesa per sopravvivere al contesto.

Nelle relazioni serve una rivoluzione ancora più delicata: smettere di pretendere che l’affetto abbia una sola grammatica. C’è chi ama parlando molto e chi ama restando vicino in silenzio. Chi dimostra attenzione ricordando un dettaglio minimo. Chi si emoziona ma non sa mostrarlo nel modo previsto. Chi ha bisogno di ritirarsi non per assenza d’amore, ma per non esplodere.

La neurodivergenza ci chiede di allargare il concetto stesso di presenza.

Il rischio, nel dibattito pubblico, è oscillare tra due estremi: una medicalizzazione rigida e una retorica ingenua che trasforma ogni differenza in un superpotere, negando la fatica reale di chi non riesce a dormire, organizzarsi, lavorare, tollerare il contatto sociale o gestire il proprio corpo quando il sistema nervoso è saturo. La posizione più seria è più scomoda: riconoscere la dignità della differenza senza cancellare il bisogno di cura.

Per chi lavora in psicologia clinica, neuroscienze e neuroimmunomodulazione, questo significa osservare la persona nella sua interezza: non solo il comportamento, ma la storia; non solo la diagnosi, ma il carico adattivo; non solo la funzione cognitiva, ma il corpo che la sostiene o la tradisce. Nessuna diagnosi coincide con una persona intera. Può aiutare a capire, dare accesso a diritti, strumenti e sollievo. Ma non deve diventare una gabbia.

Forse il cambiamento più urgente è smettere di chiedere alle persone di diventare invisibili per essere accettate. Non dovrebbero spegnere la propria intensità, né tradire il proprio sistema nervoso per apparire educate, produttive, intelligenti, amabili.

Una società che include davvero non tollera la differenza come eccezione. Modifica i propri spazi perché ha capito che la diversità cognitiva non è un disturbo del paesaggio umano. È parte del paesaggio.

Nessuna città vive di una sola strada.
E nessuna mente dovrebbe essere costretta a dimostrare il proprio valore camminando sempre sulla stessa.

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