Perché filmare invece di fuggire? Lo spiegano le neuroscienze

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Perché filmare invece di fuggire? Grazie alle Neuroscienze possiamo riuscire a comprendere quanto accaduto.

È una domanda che emerge puntuale, quasi automatica, ogni volta che una tragedia viene osservata a posteriori attraverso lo schermo di uno smartphone. Nel caso di Crans-Montana, l’immagine di ragazzi che riprendono l’incendio anziché scappare ha generato giudizi rapidi: superficialità, incoscienza, narcisismo digitale.

Ma questa lettura, per quanto intuitiva, rischia di essere profondamente fuorviante.

Ciò che appare come una scelta — restare, filmare, non reagire — in realtà, nei primi istanti di una catastrofe improvvisa, è spesso l’esito di una condizione neurocognitiva specifica. Non un difetto morale, non una mancanza di empatia o di istinto di sopravvivenza, ma una risposta automatica di un sistema nervoso colto in una violazione radicale delle proprie aspettative. Il gesto di registrare può diventare, paradossalmente, una forma di ancoraggio percettivo: un tentativo primitivo di dare ordine, continuità e senso a qualcosa che il cervello non riesce ancora a interpretare come “reale” e imminente.

Questo articolo non assolve né accusa. Sposta il fuoco dell’analisi. Prova a comprendere cosa accade prima del giudizio, prima della fuga, prima della scelta consapevole. Perché tra l’evento e l’azione esiste un istante invisibile — il minuto zero — in cui il comportamento umano non è guidato dalla volontà, ma dalla neurobiologia della sorpresa estrema. Ed è lì, in quello spazio breve e silenzioso, che va cercata la chiave per capire perché, a volte, qualcuno accenda una videocamera invece di correre.

Il dibattito pubblico seguito alla tragedia di Crans-Montana sta scivolando verso una narrazione pericolosamente distorta: la criminalizzazione delle vittime.

L’attenzione si è rapidamente concentrata sui video girati con gli smartphone, sulla presunta incoscienza dei ragazzi, sull’assenza di autocontrollo o, peggio, sull’inadeguatezza dei genitori. È una deriva che confonde il comportamento osservabile con l’intenzione, e il gesto con la responsabilità. Ed è profondamente sbagliata.

La domanda allora va riformulata: perché l’allarme non è scattato?


Le neuroscienze offrono una risposta netta. Non si è trattato di apatia né di scelta deliberata, ma di un fallimento biologico del sistema di allerta. L’amigdala non rileva il pericolo in modo astratto: lavora per confronto di pattern.

In una discoteca a Capodanno, fumo, calore, luci intermittenti e rumore sono stimoli coerenti con lo scenario. Il cervello, soprattutto quello giovane, li ha inizialmente catalogati come parte della festa, non come una minaccia letale.

Se il contesto è percepito come sicuro, i segnali di fuga vengono inibiti.

A questo si aggiunge una dinamica collettiva ben documentata. Come osservava già Gustave Le Bon, l’individuo immerso in una folla tende a perdere la piena autonomia decisionale, entrando in una forma di regolazione condivisa. In un ambiente euforico, affollato e sensorialmente sovraccarico, pretendere una gestione lucida e immediata dell’emergenza da parte di minorenni non è realismo: è un errore di prospettiva.

Prima del giudizio morale, prima della fuga, esiste un istante invisibile — il minuto zero — in cui il comportamento umano non è guidato dalla volontà, ma dalla neurobiologia della sorpresa estrema. È in quello spazio che va compreso perché, a volte, qualcuno filma invece di correre. Non per leggerezza, ma perché il cervello, ancora, non ha riconosciuto il pericolo come reale.

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