Pietro Travaglini, la luce che diventa progetto

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Ci sono designer che progettano oggetti.
E poi ci sono designer che progettano visioni.

Per Pietro Travaglini il design non è semplicemente una disciplina tecnica, ma un territorio di confine dove arte, ricerca e intuizione si incontrano. Architetto e designer bolognese, Travaglini ha trasformato la progettazione in un linguaggio personale attraverso cui raccontare il rapporto tra spazio, luce e movimento.

Nel 2014 Travaglini è ambassador della mostra fotografica Affligem Momentum realizzata da Giovanni Gastel per il brand Affligem di Heineken. Nel 2015 partecipa alla Milano Design Week con la mostra Get Off The Ground al Superstudio, successivamente replicata a Ortigia con il patrocinio del Comune e dell’Ordine degli Architetti. Nello stesso anno entra tra i designer selezionati dalla gallerista Rossana Orlandi e apre il suo atelier al pubblico durante la prima Bologna Design Week.

Nel 2016 torna a esporre al Superstudio durante la Milano Design Week con la collezione di lampade Amadriadi. Alcune sue opere sono state presentate anche nelle gallerie Rossana Orlandi di Milano e Porto Cervo.

Tra le sue iniziative culturali ha ideato DeVision (Design Vision), concorso dedicato agli studenti di design in collaborazione con il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna. È stato inoltre docente presso la Libera Università delle Arti (L.UN.A) e ha partecipato a numerose fiere e manifestazioni dedicate al design e all’arte contemporanea.

Il suo percorso nasce dall’architettura, ma nel tempo si apre a una dimensione più intima e sperimentale: il design diventa uno spazio di esplorazione interiore, un luogo in cui l’idea prende forma attraverso prototipi in continua evoluzione. Ogni progetto nasce in studio e si sviluppa come un organismo vivo, pensato per stimolare immaginazione e possibili applicazioni.

 Al centro della sua ricerca ci sono elementi essenziali — la luce, il movimento, lo spazio — che per Travaglini ( qui la Bio) rappresentano vere e proprie necessità progettuali.

La luce, in particolare, diventa un linguaggio emotivo capace di generare intrecci e suggestioni, trasformando l’oggetto in un’esperienza visiva e sensoriale.

Il suo design vive proprio in quella linea sottile tra arte e progetto che continuamente viene attraversata, caricandosi di sogni, desideri e intuizioni spesso suggerite dall’osservazione della natura e sempre rivolte a un unico destinatario: l’uomo.

Ne nascono oggetti che sembrano sottrarsi al tempo. Pezzi di design capaci di attraversare epoche diverse, non influenzati dalle mode e pronti a trasformarsi, adattandosi alla personalità e alle esigenze di chi li sceglie.

È da questa visione che prende avvio la nostra conversazione con Pietro Travaglini.

      Pietro Travaglini, lei definisce il design come una “ricerca interiore”. Quanto conta l’introspezione personale nel momento in cui un’idea diventa progetto? 

Nel mio processo creativo la ricerca interiore è una costante fissa a cui attingo spesso, un ricordo,  una sensazione, un odore particolare. E’ il tratto distintivo che lascio nell’anima del progetto. L’introspezione diventa una bolla nella quale non ho filtri e sento quella libertà senza vincoli in grado  di pulirmi la mente dai preconcetti che una progettazione comporta. Così l’idea diventa progetto nel  momento in cui passo dal sentimento o intuizione alla messa a terra vera e propria e lì inizia un’altra  sfida: quella tecnica. 

      Nei suoi lavori il design sembra essere più una narrazione che una funzione. Si sente più narratore, progettista o esploratore? 

Esploratore, con una grande tensione alla ricerca e piuttosto curioso. 

      Ha parlato del design come di un “limbo perfetto” tra arte e progettazione. È un luogo di equilibrio o di conflitto creativo? 

Il design è un limbo perfetto tra arte e progettazione che ad una lettura più attenta si apre a infinite  possibilità creative dove l’arte ricopre un sentimento, una emozione che la progettazione traduce in  un pezzo unico e con valenza di utilizzo pratico; è un dialogo continuo che si mantiene in perfetto  equilibrio. Questo è a mio avviso il risultato di un progetto ben riuscito. 

     I suoi oggetti nascono come prototipi “in continuo movimento”.  Il movimento è una necessità concettuale o una risposta al nostro tempo instabile? 

E’ una necessità concettuale. Ho sempre immaginato e progettato affinchè quell’oggetto, lampada  o complemento di arredo non fosse un unicum ma bensì un insieme di funzioni che non sentisse il  divenire nel tempo e che fosse in grado di essere così forte da potersi reinterpretare. A volte  cambiando forma o funzione o semplicemente usando dei trucchi che inevitabilmente enfatizzino  questa mia narrazione.  

      La luce, nei suoi progetti, non è solo un elemento tecnico ma un linguaggio emotivo. C’è un’emozione ricorrente che cerca di tradurre attraverso la luce? 

Si, la sua matericità. Nei miei progetti la luce ha una consistenza fisica quasi portante, quello che  percepiamo attraverso la luce è una sensazione inconsapevole che ci fa stare bene oppure no. La  luce è in grado di ampliare le nostre sensazioni, basti pensare a come ci sentiamo davanti ad un  tramonto o avvolti dal neon freddo di un pronto soccorso. Questa sensazione diventa ancora più  importante se la abbiniamo ad un qualsiasi complemento d’arredo, diventa narrazione, gioco di  ombre o materia solida.

      Progettare la luce significa controllarla o lasciarle una forma di libertà? 

La luce è uno dei maggiori simboli di libertà per eccellenza, il progettista ha il compito di controllarla,  di plasmarla alla propria volontà e perché no di darle una forma. 

        Molte sue idee sembrano suggerite dall’osservazione della natura. Cosa le insegna la natura che il design contemporaneo ha dimenticato? 

La natura è la nostra più grande maestra. Il progresso umano si è sempre ispirato alla natura così  come tutte le grandi invenzioni sono scaturite da una attenta osservazione della natura stessa.  Dietro ai cicli naturali ci siamo noi, in totale simbiosi anche quando pensiamo di averla ormai  domata. Quello che ci insegna la natura è la poesia che il design contemporaneo ha dimenticato. La  spasmodica voglia di dichiararsi ecosostenibili a ogni costo a favor di mainstream ha scisso in due il  design che improvvisamente ha perso il suo fascino per declinarsi a una mera materia. La natura  invece conserva in sè “il bello”. 

      Esiste un gesto naturale — un’ombra, una crescita, un intreccio — che ritorna spesso nel suo  lavoro? 

Forse la mia tensione alla dinamicità che cerco di imprimere ai progetti anche quando sono immobili. 

      Lei parla di oggetti “senza tempo”, capaci di convivere in epoche diverse. È una forma di resistenza alle mode o un tentativo di sottrarsi al tempo stesso? 

E’ normale essere influenzati anche solo inconsciamente dalle tante sollecitazioni che la società ci  proietta, ciò nonostante quando il pensiero è libero e si torna al bambino sognatore, si può conferire  al progetto una sorta di “immortalità” che è in grado di sottrarsi al tempo e alle mode più durature.  Ad esempio in alcuni miei progetti ho utilizzato forme arcaiche o oniriche, geometrie pure che  tendono a stimolare la percezione di conosciuto, di proprio. Aiutano a far accogliere il progetto e  l’idea che ne è alla base. E’ un trucco che fa coesistere un complemento anche in epoche diverse. 

      Pensa che un oggetto possa invecchiare insieme all’uomo che lo possiede, cambiando  significato nel tempo? 

L’idea di mutevolezza in grado di accompagnarti nel tempo è una forma poetica che mi sollecita  molto e a tratti mi commuove perché è il centro della mia ricerca progettuale. Quando attraverso  l’utilizzo dei materiali e le relative ossidazioni abbiamo oggetti che invecchiano con noi e che  cambiano a volte non in meglio ma ci ricordano chi siamo e da dove veniamo, allora abbiamo dato  un significato al tempo. 

     I suoi progetti sono finalizzati a un unico soggetto: l’uomo. Progetta più per il corpo o per la mente di chi utilizzerà l’oggetto? 

Cerco di fare entrambe le cose ma probabilmente più per la mente. Mi piace solleticarla, incuriosire  e a volte stupire. Cerco di non darmi limiti. 

     La possibilità di trasformazione e personalizzazione sembra centrale nel suo lavoro. Quanto spazio deve avere l’acquirente nel completare l’opera? 

La polifunzionalità dei miei progetti da spazio di per sé a una sorta di customizzazione e alla  possibilità che l’acquirente personalizzi l’oggetto. Soprattutto quando la richiesta è di un pezzo unico  tagliato a misura secondo le esigenze, lo spazio e la funzione. Il dialogo con l’acquirente diventa  importante poiché la mia proposta è autoriale, divento l’interprete delle sue richieste con la mia  visione, il mio stile e la mia ricerca. E’ importante capire bene il bisogno da soddisfare. 

     Oggi il design è ancora capace di generare desiderio o è diventato solo risposta a bisogni? 

Oggi il design è come è sempre stato, figlio del suo tempo, sarebbe interessante approfondire in che  tipo di tempo ci troviamo. Tante sono le sfide che ci aspettano a incominciare dal ruolo delle AI  dedicate, alla capacità di mantenere un rapporto vero con la materia e non a solo uso virtuale. Così  come saper raccontare un progetto che possa durare nel tempo e non si pieghi alla velocità  tecnologica. Il riportare la percezione ai classici cinque sensi sarà il tema a cui andremo incontro. 

      Cosa la spaventa di più nel futuro del design contemporaneo? 

Sinceramente non ho paura del futuro anche perché siamo in un momento di transizione ed è difficile  prevedere come potrà andare, molte sono le variabili e la maggior parte le scopriremo strada  facendo. Credo che oggi più che fare previsioni sia un momento di ascolto. Vedo il futuro come una  opportunità e uno stimolo per tutte quelle nuove sfide che ci aspettano. 

      Se dovesse definire il suo lavoro non come designer ma come atto umano, quale parola  sceglierebbe? 

Se dovessi definire il mio lavoro lo accosterei più a una “pratica dell’etica personale” come esercizio  quotidiano dedicato ad aumentare la ricerca dello stupore verso quello che ci circonda. 

Grazie!

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