Quando il vuoto ci sfiora: perché immaginiamo di cadere

pexels woman 1868817

Quando il vuoto ci sfiora: perché, davanti a un precipizio, la mente può immaginare la caduta?

È il tardo pomeriggio e la montagna sembra trattenere l’ultima luce. Il sole radente sfiora le pareti di roccia, entra nelle fenditure, accende per pochi istanti il profilo delle cime. Il sentiero si restringe. Oltre il margine, la valle precipita in una profondità che lo sguardo non riesce davvero a misurare. Dal basso sale un vento leggero. Tutto appare immobile.

Eppure il corpo è vigile. Una persona si avvicina con cautela. Guarda oltre il vuoto e, senza averlo cercato, viene attraversata da una frase brevissima, quasi estranea: Potrei saltare.

Non è un proposito. Non contiene piacere, né sollievo. È soltanto un lampo. E subito arriva la paura. Le gambe si irrigidiscono. Il busto arretra. Una mano cerca la roccia. Il cuore accelera. Poi, quando il pericolo è già qualche centimetro più lontano, arriva una domanda forse ancora più inquietante dell’immagine stessa: Perché l’ho pensato? Significa che, in qualche parte di me, desidero farlo?

Non necessariamente. Esiste un’esperienza psicologica conosciuta come High Place Phenomenon, il “fenomeno dei luoghi elevati”. Nel linguaggio comune è diventata il call of the void, il “richiamo del vuoto”; i francesi la chiamano l’appel du vide.

Può accadere davanti a un dirupo, su un ponte, affacciandosi da un balcone o dalla terrazza di un edificio. Per un attimo compare l’immagine del salto. A volte insieme alla paura improvvisa di poter perdere il controllo.

Ma il punto essenziale è proprio questo: immaginare non significa desiderare.

E desiderare, a sua volta, non significa decidere. Non tutto ciò che attraversa la nostra mente ci appartiene nello stesso modo. La coscienza non è una stanza perfettamente ordinata nella quale entrano soltanto pensieri scelti da noi. È molto più inquieta, creativa e imprevedibile.

Anticipa possibilità, costruisce immagini, simula pericoli, produce associazioni che non abbiamo invitato. Alcune passano senza lasciare traccia. Altre ci spaventano proprio perché sembrano lontanissime da ciò che sentiamo di essere.

In psicologia clinica si parla di contenuti intrusivi: idee, immagini o impulsi che compaiono senza essere deliberatamente cercati. Quando vengono percepiti come estranei, indesiderati e contrari ai propri valori vengono definiti egodistonici. Chi li sperimenta, infatti, solitamente non pensa: È questo che voglio.

La domanda è esattamente opposta: Com’è possibile che mi sia venuta in mente una cosa del genere?

Ed è spesso proprio lo spavento provocato da quel pensiero a mostrarci quanto esso sia distante dalla volontà reale. La sofferenza può nascere dopo, quando iniziamo a interrogare quel lampo come se nascondesse una verità segreta.

Se ho pensato di saltare, forse una parte di me vuole farlo. Se ho immaginato la caduta, forse non posso più fidarmi di me. È dentro questo dubbio che la paura può mettere radici.

Nel 2012 Jennifer L. Hames, Jessica D. Ribeiro, April R. Smith e Thomas E. Joiner Jr. pubblicarono sul Journal of Affective Disorders il primo studio empirico dedicato specificamente a questo fenomeno. Coinvolsero 431 studenti universitari e scoprirono qualcosa di importante: il “richiamo del vuoto” compariva anche in persone che non avevano mai riferito pensieri suicidari. Circa la metà di coloro che non avevano mai preso in considerazione il suicidio dichiarava di aver sperimentato almeno qualche aspetto di questa sensazione.

Era un dato capace di modificare profondamente il modo di leggere quell’istante. La comparsa del pensiero, da sola, non poteva essere considerata la prova di una volontà nascosta di morire. Gli studiosi avanzarono allora un’ipotesi suggestiva. Forse ciò che interpretiamo come un impulso verso il vuoto nasce, almeno in alcuni casi, da qualcosa che ci sta spingendo esattamente nella direzione opposta. Quando ci avviciniamo a un’altezza, il corpo riconosce il rischio prima ancora che abbiamo il tempo di formularlo in parole. Le gambe si tendono. La postura cambia.

Cerchiamo un appoggio. Arretriamo. Poi arriva la coscienza, sempre affamata di spiegazioni, e cerca di dare un significato a ciò che è appena accaduto. Perché mi sono tirato indietro così bruscamente?

E forse traduce quella reazione protettiva nell’immagine più immediata del pericolo: Perché avrei potuto saltare. Così, ciò che per un attimo sembra attrazione verso il precipizio potrebbe essere l’eco di un movimento nato per proteggerci. Non un invito alla morte. Ma, paradossalmente, un allarme della vita. È un’ipotesi affascinante, forse persino rassicurante. Ma proprio perché la scienza richiede cautela, non va trasformata in una certezza. Lo studio del 2012 si basava su questionari e non poteva dimostrare direttamente il meccanismo che produce l’esperienza. Ancora oggi non disponiamo di esperimenti capaci di confermare in modo definitivo l’idea del “segnale di sicurezza male interpretato”, né di studi di neuroimaging che abbiano identificato un circuito cerebrale specifico del richiamo del vuoto.

Nel 2020 Tobias Teismann, Julia Brailovskaia, Svenja Schaumburg e André Wannemüller ampliarono l’indagine coinvolgendo due gruppi di partecipanti tedeschi: 276 adulti reclutati online e 94 pazienti con una paura del volo clinicamente rilevante. Anche questa volta l’esperienza risultò tutt’altro che rara. Quasi il 60 per cento del primo gruppo e il 45 per cento del secondo dichiararono di conoscerla. E, ancora una volta, compariva frequentemente anche in persone che non avevano mai riferito ideazione suicidaria. Ma emerse anche una sfumatura importante.

Nel campione online il fenomeno era più frequente in presenza di ideazione suicidaria, sintomi depressivi e maggiore sensibilità all’ansia. Le due cose, quindi, non si escludono. Il richiamo del vuoto può comparire in chi non desidera affatto morire, ma può anche presentarsi all’interno di una sofferenza psicologica più profonda. Ed è qui che la clinica deve sostituire le interpretazioni semplicistiche. Un singolo pensiero non è una diagnosi. Conta il contesto. Conta quanto spesso ritorna. Conta ciò che la persona prova quando compare. Conta soprattutto il rapporto che stabilisce con quel pensiero. La sensibilità all’ansia può aiutarci a comprendere perché alcune persone rimangano particolarmente turbate.

Di fronte all’altezza, il corpo parla con il suo linguaggio immediato: il cuore accelera, il respiro cambia, le gambe si tendono, può comparire una sensazione di instabilità o di vertigine. Il messaggio originario è semplice: Attenzione. Ma chi avverte con particolare intensità i propri segnali interni può aggiungervi rapidamente un’altra domanda: E se non riuscissi a controllarmi? Il primo pensiero magari è durato meno di un secondo.

Il dubbio sul suo significato può durare molto più a lungo. Si inizia  allora a osservare ogni movimento, a controllare le proprie sensazioni, a cercare rassicurazioni, ad aspettare con paura che quella frase ritorni. A quel punto non si teme più soltanto il precipizio. Si teme se stessi. O, meglio, si teme quella parte della mente che per un istante è sembrata sconosciuta. È un equivoco profondamente umano: pensare che ogni contenuto della coscienza debba rivelare una verità nascosta su di noi. Ma la mente non è una confessione. A volte rappresenta proprio ciò che più teme. Una madre può essere sfiorata dall’immagine di lasciar cadere il proprio bambino mentre, nello stesso istante, lo stringe con maggiore cura.

Un automobilista prudente può immaginare per un secondo di deviare verso la corsia opposta e subito serrare più forte le mani sul volante. Una persona in attesa di un treno può figurarsi di avanzare invece di arretrare e sentire immediatamente il bisogno di allontanarsi dal bordo della banchina. Non sono esperienze perfettamente sovrapponibili e sarebbe sbagliato racchiuderle tutte in una sola spiegazione. Ma hanno qualcosa in comune: la mente può rappresentare una possibilità temuta proprio nel momento in cui desideriamo evitarla.

Gli studi più recenti hanno continuato a esplorare questa zona di confine. Nel 2025 Lara Wiesmann, André Wannemüller e Tobias Teismann hanno studiato 612 pazienti con una paura del volo clinicamente significativa. Quasi il 43 per cento riferiva di conoscere il fenomeno. L’esperienza risultava legata, in misura diversa, ad alcuni tratti psicologici e a condizioni di vulnerabilità, tra cui nevroticismo, ideazione suicidaria, insicurezza nei rapporti sociali, minore autoefficacia e minore autostima. Ma anche in questo caso gli studiosi hanno ribadito un punto essenziale: la presenza del richiamo del vuoto, considerata da sola, non permette di dedurre un desiderio segreto di morte.

Sempre nel 2025 Zahra Asgari, Azam Naghavi, Ali Abbasi, Andrea Ertle, Lara Wiesmann e Tobias Teismann hanno osservato il fenomeno in due gruppi di adulti iraniani. Una percentuale compresa tra il 39 e il 62 per cento dichiarava di averlo sperimentato. La sua intensità mostrava inoltre una relazione con i sintomi ossessivo-compulsivi. Questo non significa, naturalmente, che chi prova il richiamo del vuoto soffra di disturbo ossessivo-compulsivo. La lettura più prudente è un’altra. Un pensiero involontario può diventare doloroso quando smette di essere soltanto un pensiero ed iniziamo  a considerarlo una minaccia, una colpa o la rivelazione di un desiderio nascosto. La differenza tra un’intrusione occasionale e qualcosa che merita attenzione clinica non dipende soltanto dal contenuto.

Dipende dalla sua persistenza. Dal disagio che provoca. Dallo spazio che occupa nella vita quotidiana. Dal bisogno crescente di controllarlo, evitarlo o neutralizzarlo. Un’immagine che appare e scompare può appartenere alla normale imprevedibilità della mente. La stessa immagine, quando ritorna incessantemente, produce sofferenza e costringe una persona a cambiare abitudini, chiede invece di essere ascoltata con maggiore attenzione.

Nel dicembre 2025 Lara Wiesmann, Laura Melzer e Tobias Teismann hanno pubblicato su Frontiers in Psychiatry la prima validazione della Call of the Void Scale, uno strumento pensato per studiare il fenomeno in situazioni differenti: non soltanto il pensiero di saltare da un luogo elevato, ma anche l’immagine di dirigere l’auto contro un ostacolo o di avanzare davanti a un treno. Lo studio, condotto su 476 adulti, ha preso in considerazione la frequenza di questi pensieri, il loro carattere egodistonico e i comportamenti messi in atto per sentirsi nuovamente al sicuro. È importante sottolinearlo: si tratta di uno strumento di ricerca, non di un test diagnostico. La ricerca è ancora giovane. E forse il suo primo merito non è quello di avere spiegato completamente il fenomeno, ma di avergli dato un nome.

Per molto tempo queste esperienze sono rimaste confinate nella dimensione privata, perché raccontarle può fare paura. Si teme di essere giudicati. Di essere considerati instabili. O, peggio ancora, che qualcuno possa vedere in quel pensiero un desiderio che noi non riconosciamo affatto. Sapere che altre persone hanno conosciuto quella stessa vertigine non elimina lo spavento. Ma può liberarlo dalla vergogna.

Sul piano neuroscientifico possiamo ragionevolmente collocare questi episodi nel più ampio lavoro attraverso cui il sistema nervoso riconosce un pericolo e prepara il corpo a rispondere. Davanti a un precipizio, infatti, il cervello deve compiere in pochissimo tempo un lavoro straordinario: capire dove siamo nello spazio, valutare l’equilibrio, la distanza dal margine, la posizione dei piedi, ciò che vedono gli occhi e ciò che il corpo sta sentendo. Tutto accade quasi contemporaneamente.

Ma sarebbe scorretto spingersi oltre ciò che oggi conosciamo. Non possiamo indicare una singola area cerebrale come sede del richiamo del vuoto. Non possiamo attribuirlo a un particolare neurotrasmettitore. Non possiamo ancora descriverne una firma biologica precisa. Le ricerche disponibili sono soprattutto psicologiche e osservazionali. Non hanno registrato direttamente ciò che accade nel cervello nell’istante esatto in cui quella frase compare. La stessa cautela è necessaria quando si parla di neuroimmunomodulazione. Sappiamo che cervello, sistema nervoso autonomo, ormoni e sistema immunitario dialogano continuamente e che uno stress prolungato può modificare attenzione, vigilanza e regolazione emotiva.

Ma gli studi specifici sul richiamo del vuoto non hanno esaminato citochine, marcatori infiammatori, ormoni dello stress o parametri immunitari. Collegare direttamente questi sistemi al fenomeno significherebbe, oggi, andare oltre le evidenze disponibili. E ammettere ciò che ancora non sappiamo non rende la scienza più debole. La rende più onesta. Forse anche più umana. Perché ci insegna a sostare accanto all’incertezza senza riempirla immediatamente di spiegazioni seducenti.

Resta però una distinzione clinica fondamentale. Normalizzare il richiamo del vuoto non significa sottovalutare il rischio suicidario. Un pensiero improvviso, vissuto con paura, sentito come estraneo e seguito dall’istinto di allontanarsi dal pericolo è cosa diversa da un pensiero di morte persistente, desiderato o accompagnato da sollievo, intenzione e preparativi concreti. Nel primo caso la persona può pensare: Non voglio farlo. Mi spaventa soltanto che mi sia venuto in mente. In una crisi suicidaria possono invece comparire il desiderio di morire, la sensazione che non esistano più vie d’uscita, la ricerca di un metodo, la costruzione di un piano o la paura concreta di non riuscire più a proteggersi. Nessuna valutazione seria può quindi fondarsi su una frase isolata. Bisogna comprendere quanto a lungo il pensiero rimanga, con quale frequenza ritorni, se continui a essere percepito come estraneo, quali emozioni provochi e, soprattutto, se esista una reale intenzione di agire.

Quando un’idea di morte diventa insistente, comincia a essere ricercata, porta sollievo oppure si accompagna a una pianificazione, è necessario chiedere aiuto senza aspettare che la sofferenza diventi ancora più difficile da contenere. Anche parlare apertamente è una forma di cura. Chiedere a una persona se sta pensando al suicidio non introduce quell’idea nella sua mente e non aumenta, di per sé, il rischio. Una domanda chiara, posta senza giudizio, può invece aprire uno spazio in cui ciò che fa paura non debba più rimanere nascosto.

In presenza di un pericolo immediato, la persona non dovrebbe essere lasciata sola e deve essere attivata tempestivamente un’assistenza adeguata.

Quando, al contrario, il richiamo del vuoto conserva la forma di un lampo involontario, privo di desiderio e di intenzione, può essere utile evitare di sottoporlo a un interrogatorio infinito. Si può provare a dirsi: La mia mente ha rappresentato un pericolo. Non mi sta impartendo un ordine. Poi fare un passo indietro. Sentire i piedi sul terreno. Posare lo sguardo su qualcosa di stabile. Lasciare che il respiro ritrovi lentamente il proprio ritmo.

La roccia. Il sentiero.La ringhiera. Una voce vicina. Qualcosa di reale. Tentare di scacciare con forza l’immagine o pretendere da se stessi la certezza assoluta che non tornerà mai più può, al contrario, renderla ancora più importante. Non tutto ciò che attraversa la coscienza deve essere combattuto. Alcune presenze interiori possono essere riconosciute per quello che sono. E poi lasciate andare.

La libertà psicologica non consiste nell’avere soltanto pensieri rassicuranti. Consiste anche nel sapere che non siamo obbligati a riconoscerci in ogni pensiero che ci attraversa.

È ancora il tardo pomeriggio. La montagna custodisce gli ultimi riflessi del sole mentre le ombre risalgono lentamente dalla valle. La persona che si era avvicinata al precipizio ha fatto un passo indietro. Tiene una mano sulla roccia. È fredda. Ruvida. Reale. Sotto di lei l’abisso è rimasto immenso e silenzioso.

Ma quella frase improvvisa è già passata. Il sentiero, invece, è ancora lì. Forse il vuoto non ci ha mai chiamati. Forse, in quell’istante vertiginoso, mentre credevamo di avere intravisto dentro di noi qualcosa di oscuro, era accaduto esattamente il contrario. Era il corpo che arretrava. Era la paura che ci proteggeva. Era la vita che, senza bisogno di parole, ci prendeva per le spalle.

E con fermezza, quasi con dolcezza, ci riportava verso di sé.

Autore
Data
Condividi
Articoli correlati all’argomento