Destinazione Samarcanda. E molto altro. Pochi minuti dopo il decollo dall’immenso aeroporto di Istanbul, appena l’Airbus 320 dell’Uzbekistan Airways raggiunge la quota, nel corridoio si forma una fila scomposta di aspiranti alla toilette. Ma il personale di bordo è ansioso di sfamare i passeggeri, e caccia i postulanti.
In seguito si cercano compromessi, si vola fra le gambe di chi è seduto, mentre braccia lunghissime di hostess e steward cercano di consegnare bottigliette d’acqua e bustine di arachidi. Questa fiera paesana che vede nascere nuove amicizie fra gli uzbeki in fila, dura quasi tutte le quattro ore scarse del volo per Urgench, cittadina trascurabile, ma aeroporto a trenta chilometri da Khiva: la più piccola, il primo contatto con una civiltà sconosciuta.
L’autista del taxi ha il sorrisetto del bambino che vuole mostrare i propri giochi e allora accelera finché il rivelatore di autovelox non inizia ad agitarsi. L’auto datata rallenta e, appena si supera la telecamerina che spia i frettolosi, il nostro riaccelera platealmente, si rivolge complice al passeggero davanti e gli chiede “Speed, good? You like?”. Poi sorride e sgasa felice.
Ma quando arriva alla porta che separa il mondo dalla favola, va piano, quasi cerca di zittire il motore, perché madrase e tamerlani non gradiscono terzi millenni.
Pochissimi conoscono Khiva, e l’alberghetto davanti a cui l’auto si ferma non promette lussi sfrenati. Ma non siamo mica a Samarcanda, sarà solo un aperitivo. Siamo tutti vecchionizzati al punto di impiegare tanto, troppo tempo prima di renderci conto che ci troviamo, qui, subito, al centro del centro di una storia fuori dal mondo, dove solo qualche carrellino elettrico prova che non si vive nell’antichità.
Però il cavallo di Roberto non smette di insinuarsi nella mente, e fa pensare che questa cittadina sia solo un piccolo antipasto. Ma, a ben pensarci, noi viviamo in un continente dove la modernità incornicia i monumenti, mentre qui siamo circondati ovunque da un mondo sconosciuto che trasmette una sensazioni straordinarie: ad ogni passo un’emozione, una meraviglia.
Arriva la guida, una ragazza ventenne che parla un timido italiano. Gruppo di sei persone, si arriva alla Muhamad Amin-khan Madrasa, la più grande scuola coranica dell’Asia centrale, che dal 1924 non è più un edificio religioso. Per breve tempo è stata una prigione, e di recente, è diventata un hotel in cui i turisti si sentono immersi in questo universo.
Il termine madrasa sarà il più citato dalle guide, in un Paese islamico moderato, ma osservante come questa ex-repubblica sovietica, in cui i ragazzi studiano anche il russo, e molti fra gli anziani leggono solo il cirillico. Minareti, di diversa forma, con i colori e lo stile che ognuno associa al concetto, non sempre chiaro, di via della seta, in realtà immenso intreccio di strade terrestri e marine. Quello che colpisce gli occidentali è l’epoca in cui sono stati costruiti questi capolavori, risalenti solo al diciannovesimo secolo, epoca relativamente recente.
Tre lingue all’interno del centro storico di Khiva. L’idioma prevalente è di gran lunga l’italiano, con accento lombardo: in generale il nord ha scoperto l’Uzbekistan e, terrorizzato dall’overtourism, lo invade prima che sia troppo tardi. I gruppi sono almeno quattro o cinque, e si spostano parallelamente, in perfetta sincronia: due giorni e poi Bukhara, dopo altri due giorni, la sognata Samarcanda, ed è buffo vedere partecipanti a tour identici incrociarsi più volte e guardarsi come se ormai si fossero intrecciate amicizie ammiccanti.
Il governo ha tolto l’obbligo del visto e i tour operator italiani hanno puntato su questa parte dell’Asia centrale invasa dai cantieri, come se gli ospiti fossero arrivati prima del previsto. L’Uzbekistan sta tentando il grande passo in avanti rinnovandosi con la fretta tipica dei Paesi meno sviluppati che si dotano di tecnologie avanzate prima di avere risolto problemi più urgenti come strade urbane impercorribili, sterrati in pieno centro, abitazioni lontane dagli standard moderni. In compenso, smartphone e delivery protagonisti, minuscoli taxi a un euro e mezzo, gentilezza e disponibilità.
Le automobili sono quasi tutte Chevrolet, prodotte nel Paese su licenza Usa da una società statale: non a caso il governo impone tasse pazzesche sulle marche d’importazione. Visto dall’alto, il traffico uzbeko sembra uno stormo di uccelli che si muove cambiando forma e infilandosi ovunque, negli sterrati, sui marciapiedi, aprendosi e chiudendosi senza regole, come se guidasse in cielo. In compenso, nelle autostrade la polizia ferma gli automobilisti con targhe di città lontane, supponendo che possano essere vittime di colpi di sonno: rimangono fermi alcuni minuti dopo di che riprendono a guidare.
La calma che regna nella paradisiaca Thiva dovrebbe aiutare i turisti a familiarizzare con la moneta locale, il sum. Ma non è facile , perché ce ne vogliono quattordicimila per fare un euro e solo nelle città più grandi accettano le carte di credito. Euro e dollari sono graditi, ma per i viaggiatori ormai abituati a portarne pochi, l’unica soluzione è il bancomat. Che funziona, ma di default eroga fino a seicentomila sum, quarantacinque euro, che, anche nell’economico Paese, sono veramente pochi. Si scopre che la macchina, a richiesta, spara anche un milione, cifra con cui ci si riempie la bocca, ma non risolve molto.
I tour leader attendono che qualcuno, vedendo molti uzbeki con denti d’oro, ponga la domanda, e rispondono che sono un patrimonio custodito nella bocca. Pare che fossero anche una sorta di assicurazione personale per molte donne che, se venivano ripudiate, rimanevano senza soldi e li vendevano. Come dire, se i denti servono per mangiare bisogna venderli, appunto, per poter mangiare. Del resto, durante le guerre, questo avveniva anche in occidente e non riguardava solo le donne.
A Bukhara ancora moschee, minareti, due madrase. Le guide locali ripetono l’importanza degli insegnamenti coranici, quelle occidentali sono più orientate sull’arte e la storia. Nei bazar bambini di otto, dieci anni incidono a sbalzo piattini d’ottone con una sicurezza tale da poter guardare contemporaneamente favolette nello smartphone che tengono accanto senza che questa distrazione produca alcun errore nella piccola opera d’arte che stanno creando.
Nei ristoranti, sale vip con nomi di sultani e grandi della storia. Ma niente coltelli, solo forchette e cucchiai, con cui si è costretti a tagliare ogni cibo, spesso con vistose incertezze. Mentre pranzano, mentre guardano, mentre ascoltano, i turisti italiani hanno in testa la musica di Vecchioni e sognano il cavallo più veloce che c’è per arrivare prima possibile a Samarcanda.
Alla stazione lo scalpitante si chiama Afrosiyob, treno ad alta velocità che prende il nome da un antico re e da una parte fortificata di Samarcanda. Prodotto in Spagna è velocissimo, essenziale, con un ottimo servizio ristoro a prezzi popolari.
Ma l’arrivo alla stazione è molto deludente, anche se nessuno lo ammette: tutto moderno, verde ben tenuto, troppi semafori che rallentano la circolazione già congestionata di una città di seicentomila abitanti il cui centro di interesse storico è la piazza Registan, dove ogni sera uno spettacolo di suoni e luci incanta il pubblico. Difficile non avvertire che qui è tutto più grandioso, ma distaccato. E’ un fantastico show, non più una realtà che ci avvolge come un velo incantato. Nemmeno Bibi Khanum, che fu la moschea più grande dell’Asia centrale, coinvolge più di tanto.
A Samarcanda, ma più ancora nella capitale Tashkent, ci si chiede come si possa vivere con un salario medio uzbeko, fra i due e i cinque milioni di sum, da 150 a 360 euro. Nei Paesi dove l’economia è più debole la percezione che i turisti hanno dei prezzi è molto lontana dalla realtà locale, per effetto del mondo parallelo in cui si muovono, dove i circuiti commerciali propongono merci diverse, oppure, a volte, le stesse, ma a prezzi più alti. Viene in mente un ragazzo arabo che vendeva acqua in mercati e luoghi turistici di Gerusalemme al grido di “water five, maye thlath”: in inglese, l’acqua costava cinque shequel, in arabo ne costava tre soli, e il suo era un modo per favorire i più poveri e quelli della sua etnia.
La guida sorride, canticchia oh oh, cavallo, però, i viaggiatori hanno ormai interiorizzato l’uscita progressiva dalla fiaba vissuta a Khiva, se ne fanno una ragione e accettano il lento ritorno a città in cui la storia è contornata dal presente e dal futuro. La capitale Tashkent, tre milioni di abitanti, non è quasi mai compresa nei programmi turistici: pochi monumenti, il ricordo del sisma che nel 1966 devastò la città, la metropolitana sovietica con una stazione dedicata ai cosmonauti.
Tre ore prima del volo sono sufficienti per una visita superficiale, quindi il ritorno da un bellissimo viaggio che pochi ripeteranno, ma che suscita la curiosità di tornare in Asia centrale, negli altri quattro stan, le terre dei Tagichi (tanti in Uzbekistan, e tutti sedentari!) dei Kirghisi, dei Turkmeni e dei Kazaki.
E sale la fretta di partire prima che l’ossessione dell’overtourism si estenda anche a questi luoghi misteriosi.




















