Il libro raccoglie oltre mille fotografie in bianco e nero e a colori, realizzate tra il 1976 e il 2007, che documentano un capitolo meno esplorato della vita di Ettore Sottsass (1917–2007): dagli anni dell’incontro con Barbara Radice fino alla scomparsa del grande architetto e designer. Trent’anni di vita condivisa scorrono senza soluzione di continuità tra dimensione pubblica e privata, intrecciando lavoro, viaggi, incontri e quotidianità.

Ne emerge un paesaggio umano e visivo in cui le distinzioni tra pubblico e privato si fanno minime, quasi inesistenti: per Sottsass la vita non conosce compartimenti stagni. Come ricorda Barbara Radice nel suo testo, interrogato un giorno sul senso di questo continuo registrare, Ettore rispose:
«Vorrei che qualche cosa restasse attaccata da qualche parte… Mi piacerebbe fermare qualcosa, anche solo una traccia, un luccichio… di quella polvere d’oro che è la vita».
Scattate quasi sempre con la sua inseparabile Leica dotata di obiettivo da 21 mm, le immagini coincidono con l’inizio di una vita condivisa, in cui i confini tra sfera intima e sfera pubblica si dissolvono. Ne nasce il racconto di un’esistenza nomade e intensamente vissuta, che attraversa luoghi lontani e diversi — da Milano all’India, dalla Tunisia all’Arizona, dall’Egitto alla Siria e al Qatar, passando per Gerusalemme, l’Iran, l’Algeria, il Messico, gli Stati Uniti, la Polinesia francese, la Nuova Guinea, fino alla Sicilia e a Filicudi. Un flusso continuo di paesaggi, interni, corpi e gesti quotidiani trasforma la vita stessa in una vera e propria mise en scène.
A questo racconto visivo si intreccia una fitta rete di incontri e relazioni: fotografi come Helmut Newton e Robert Mapplethorpe, insieme ad Alfa Castaldi, Giovanni Gastel e Oliviero Toscani; designer e architetti quali Andrea Branzi, Michele De Lucchi, Vittorio Gregotti, Carlo Scarpa, Shiro Kuramata, Alessandro Mendini e Achille Castiglioni; collezionisti e figure centrali del mondo dell’arte e della musica come Jean Pigozzi, Max Palevsky, Carla Sozzani, Anish Kapoor e Mick Jagger. Le immagini restituiscono una passione vissuta come rituale quotidiano, anticipando l’esposizione mediatica tipica dei social contemporanei e offrendo uno sguardo diretto, non mediato, su un mondo osservato senza filtri.
Scrive Micaela Sessa:
«Barbara è molto calma. Dice che Ettore ha sempre pensato che la vita è una mise en scène, una messa in scena, proprio come nella Commedia dell’Arte: la vita come una recita, l’improvvisazione della vita, lo stupore della vita… Perché, come diceva sempre lui, “la vita deve essere bella”».
Ad arricchire il volume sono infine i contributi di Barbara Radice, Stefano Boeri, Christoph Radl e Micaela Sessa, dedicati a una delle figure più influenti dell’architettura e del design del Novecento.








