Per quattro anni ha conosciuto solo l’amore di chi, giorno dopo giorno, lo ha cresciuto come figlio. Eppure, pochi giorni fa, il tribunale ha deciso: quel bambino sarà adottato da un’altra famiglia, diversa da quella che lo ha visto muovere i primi passi, dire le prime parole, costruire i suoi primi ricordi.
” Prendi tutti i tuoi giochi” le dicono i genitori affidatari.
” NO, tanto poi torno” risponde il bambino.
No, non tornerà. Ma lui non può saperlo.
Una decisione che ha il sapore di una condanna per chi in questi anni ha amato senza riserve. Ma anche per il bambino, che ne porterà i segni tutta la vita, come dicono gli esperti del campo psiconeurologico.
La famiglia affidataria, che si era presa cura di lui fin dalla nascita, si è vista portare via quel bambino come se l’amore, il tempo e la dedizione non contassero nulla. Un atto freddo, calato dall’alto, che sembra ignorare ciò che ogni psicologo, ogni insegnante, ogni genitore sa: un bambino non si cancella da una casa come un nome da un modulo.
In questo caso, la legge ha parlato chiaro, non ha tenuto conto dell’importanza che quella famiglia ha per lui, perchè data la loro età (quella di oggi, ma non quella di quattro anni fa in cui erano idonei) non hanno ritenuto possibile l’adozione, ma ha lasciato dietro di sé solo dolore.
Il principio dell’adozione perfetta sulla carta ha prevalso sulla realtà vissuta: un legame fatto di abbracci, di cure durante le notti di febbre, di lacrime asciugate e di prime conquiste celebrate insieme.

La famiglia affidataria aveva espresso il desiderio di trasformare quell’affetto in un legame definitivo. Ma non è bastato. Il sistema ha preferito ripartire da zero, come se un bambino fosse un foglio bianco e non una piccola persona con un passato, una storia, un cuore che sa riconoscere chi gli ha voluto bene.
E oltretutto ha giudicato ” troppo esposta mediaticamente” e quindi controproducente, la coppia, che legittimamente ha elevato il problema ovunque fosse possibile. Tutto ciò ha il sapore amaro di superficialità e ritorsione. Cui prodest?
Oggi quel bambino vive una nuova vita, lontano da chi per anni è stato tutto il suo mondo. Nessuna sentenza potrà cancellare il trauma di essere strappato via senza poter capire, senza poter scegliere.
E mentre la burocrazia si autoassolve, una domanda resta sospesa, amara: chi si prenderà cura delle sue ferite?





