Gianfranco Montano nasce e cresce a Sant’Arcangelo, nel cuore della Basilicata. Come molti della sua generazione parte, inseguendo altrove quella stabilità che la sua terra sembrava non poter offrire. A Parma trova un lavoro sicuro, ma non la sensazione di essere nel posto giusto. Il richiamo delle mani, del fare, del creare qualcosa di proprio è più forte.
Il ritorno non è un passo indietro, ma un atto di coraggio. Montano apre una piccola bottega nel suo paese natale, inizialmente dedicata alla riparazione delle scarpe: l’unica nel comune. Poi arriva l’incontro con Firenze, con la tradizione calzaturiera, con il Polimoda e l’Accademia Riaci. È una trasformazione profonda: da semplice artigiano a custode di un sapere.
Da quel momento nascono scarpe su misura realizzate interamente a mano, una per una, lontano dalle logiche della produzione in serie. Il passaparola lo porta prima ai clienti del territorio, poi a nomi noti come Francis Ford Coppola, Carlo Verdone, Al Bano e Carlo Conti. Fino a New York, dove BESPOKE, e le sue creazioni vengono presentate alla Columbus Citizens Foundation.
Bespoke è la creatura di un uomo caparbio e assai tenace, con una mente visionaria e due mani d’oro.
Capaci di trasformare un anonimo pezzo di pelle in manufatti di altissimo valore. In scarpe, per l’esattezza: pezzi unici, non uguali a se stessi e perciò irripetibili. Le scarpe BESPOKE sono tutte fatte mano.
La sua è una storia che unisce provincia e mondo, silenzio e riconoscimento, lentezza e visione. Lo abbiamo incontrato all’apertura di Pitti Uomo, proprio a Firenze dove ha trovato la sua strada. E “due domande due” le abbiamo fatte…
Oggi in Italia è più difficile essere artigiani o imprenditori?
Oggi è difficile essere entrambe le cose. L’artigiano deve diventare anche imprenditore, comunicatore, amministratore. Spesso mancano strumenti, tutele e una visione di lungo periodo. Ma la difficoltà più grande è restare fedeli alla qualità senza piegarsi alla fretta del mercato.
Perché all’estero il “fatto a mano” è percepito come lusso, mentre in Italia spesso no?
Perché all’estero si paga la rarità, il tempo e la storia. In Italia diamo per scontato ciò che ci appartiene. Il fatto a mano viene confuso con il “vecchio”, non con l’“unico”. È, prima di tutto, una questione culturale.
Il tempo: risorsa o ostacolo nel mercato di oggi?
È un problema solo per chi produce in serie. Per l’artigianato è la risorsa principale: senza tempo non c’è qualità, cura, identità. Il vero lusso oggi è il tempo dedicato a fare bene le cose.
Il Made in Italy è più uno slogan o una responsabilità?
È una grande responsabilità. Scrivere “Made in Italy” significa garantire competenza, materiali selezionati, etica del lavoro. Se diventa solo uno slogan, perde valore per tutti.
Esiste ancora una filiera artigianale o si è spezzata?
Esiste, ma è fragile. In alcuni territori sopravvive grazie a poche persone che custodiscono saperi rari. Quando una bottega chiude non muore soltanto un’attività, ma un intero pezzo di filiera.
Cosa non viene raccontato dell’artigianato italiano?
Non si raccontano la fatica, la solitudine, gli anni di formazione invisibile. Si parla del prodotto finito, raramente del percorso. Dietro un oggetto artigianale ci sono rinunce, studio, scelte controcorrente.
Se l’artigianato scomparisse, cosa perderemmo come Paese?
Perderemmo identità. Perderemmo la capacità di riconoscerci in ciò che produciamo. L’Italia senza artigianato sarebbe un Paese che consuma, ma non racconta più se stesso.
Cosa rende autentico un prodotto?
La coerenza: tra chi lo realizza, come viene fatto e perché. Un prodotto autentico non nasce per piacere a tutti, ma per essere vero.
Il mercato sa ancora aspettare?
Una parte sì, ed è quella più consapevole. Non è un mercato di massa, ma è solido. Chi sa aspettare, sa anche riconoscere il valore.
Quanto pesa l’educazione del cliente?
Moltissimo. Un cliente informato non chiede sconti sul tempo o sulla qualità. Sa cosa sta acquistando e perché ha un certo prezzo.
Tradizione: limite o strumento?
Strumento, se la si conosce davvero. La tradizione non è ripetizione: è una base solida da cui partire per creare qualcosa di contemporaneo.
Il lusso ha ancora a che fare con la manualità?
Il vero lusso sì. Il resto è marketing. La manualità porta con sé imperfezione, e l’imperfezione è ciò che rende un oggetto umano.
È possibile crescere senza industrializzarsi?
Sì, se si ridefinisce il concetto di crescita. Non significa produrre di più, ma produrre meglio: essere riconoscibili, sostenibili, coerenti.
Che responsabilità ha oggi chi porta il Made in Italy all’estero?
Ha la responsabilità di raccontarlo per quello che è davvero, senza scorciatoie. Ogni prodotto diventa un ambasciatore culturale, non solo commerciale.
Nel silenzio della sua bottega, Gianfranco Montano ricorda ogni giorno perché ha scelto di tornare. Non per comodità, ma per appartenenza. Perché certe storie non si costruiscono altrove: nascono dove la terra ti riconosce e ti chiama per nome.
Le sue scarpe non parlano solo di tecnica, cuoio e forme. Parlano di radici, di ritorni, di mani che non hanno paura di essere lente. Parlano di un’Italia che resiste, che crea, che continua a credere nel valore delle cose fatte bene.
E ogni volta che una sua scarpa attraversa il mondo, è un pezzo di quella storia che riprende il viaggio—senza dimenticare da dove è partita.
Lo sguardo di Gianfranco Montano però è già proiettato in avanti. Tra le priorità c’è la nascita di una scuola di calzoleria in Basilicata, un luogo dove formare i ragazzi e trasmettere non solo tecniche, ma anche valori e senso di appartenenza, affinché un mestiere antico non si estingua. Allo stesso tempo prende forma il progetto di un laboratorio a New York, per rafforzare la presenza del suo marchio in uno dei mercati più vivi e competitivi al mondo.
Le sue scarpe, tassativamente uniche e hand made, non raccontano soltanto tecnica e artigianalità: custodiscono radici, ritorni, tempo dedicato senza fretta. Raccontano un’Italia che non smette di creare, che porta avanti la bellezza del fare con cura, che riconosce valore dove altri vedono solo lentezza.
E ogni volta che una sua creazione arriva lontano, è un frammento di quella storia che riprende il viaggio—senza mai tradire il punto da cui è partita.
La storia di Montano dimostra che l’artigianato non è soltanto memoria e tradizione, ma anche visione, coraggio e capacità di evolversi. Dalla Basilicata a New York, le sue scarpe su misura diventano ambasciatrici di un Made in Italy autentico, capace di coniugare radici locali e ambizioni globali attraverso qualità, identità e cultura.














